Cinema

Django Unchained – Tarantino è tornato

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Scordiamoci con gioia il Tarantino di “Bastardi senza gloria”. Dico con gioia perchè, almeno a me, non è piaciuto chissà quanto. Un bel film, ma da Tarantino mi aspettavo molto ma molto di più. Per questo motivo ero spaventata all’idea di vedere “Django Unchained”, perchè dopo i “classici” di Tarantino quali “Pulp Fiction”, “Le iene” e poi i due volumi di “Kill Bill” non sapevo proprio che aspettarmi. Un capolavoro o un’altra “cosina” come “Bastardi”? Per fortuna ha vinto la prima opzione.

Lo stile tarantiniano lo si riconosce fin dall’inizio, dai titoli di coda e dalla musica. E prosegue con sangue a go-go in quel modo che vuole essere splatter ma non lo è pienamente, perchè Tarantino è di un altro livello. Le sue sparatorie sono maestria pura semplicemente perchè le firma lui. Può sembrare riduttivo, ma è come per i vestiti: ci sono i vestiti e ci sono i vestiti firmati. Poco importa che il capo sia bello, se è firmato Chanel è di un altro genere. E’ pregiato, è di nobile fattura.

Per parlare ampiamente di “Django Unchained” dovrei fare un riferimento a “Django” (1966) di Corbucci ma non posso, non l’ho ancora visto. Grave mancanza a cui porrò rimedio a breve. Resta il fatto che quello di Tarantino non è un western, né uno spaghetti-western, né un omaggio ai western di Leone, sebbene nel film ci siano riferimenti a tutti questi generi. Il film è una pellicola ambientata nel 1858, due anni prima dello scoppio della guerra civile americana, con protagonista uno schiavo che viene liberato da un ex-dentista/cacciatore di taglie tedesco e che vuole ricongiungersi con la sua compagna, anch’essa di colore.

Manca il tema della frontiera, mancano le rapine, mancano i continui riferimenti alle colt. Ma è presente il riferimento alla blaxploitation, e direi che è già un’ottima cosa. Perchè la blaxploitation è un tema caro a Tarantino (vedi “Jackie Brown” che ha per protagonista proprio Pam Grier, vera diva del genere), perchè è un genere poco conosciuto da noi, e perchè è buona cosa riproporlo. Se poi si affida il ruolo del protagonista di colore al premio Oscar Jamie Foxx allora la cosa da buona diventa ottima. Foxx infatti è credibile nei panni di Django, merito di un taglio degli occhi (concedetemelo) e di un’espressività che ti fanno emozionare, patire, soffrire con lui per la sua amata.

ImmagineSull’altro premio Oscar, Christoph Waltz, c’è poco da dire. Intimenticato Fritz Landa di “Bastardi senza gloria”, geniale quanto freddo avvocato Alan Cowan in “Carnage” di Roman Polanski (l’ho amato in quel ruolo), Waltz dimostra ancora una volta di essere un attore poliedrico, perfetto nei panni del cacciatore di taglie con la parola sempre pronta e dal fare elegante. Và anche detto che il personaggio del Dr. King Schultz (Schultz, vi ricorda qualcosa?) è ben scritto, fuori da ogni genere e ogni schema. Una nomination all’Oscar meritata. Menzione speciale a Leonardo Di Caprio, che riveste egregiamente i panni del tirannico Calvin Candie, dallo sguardo glaciale, appassionato di frenologia: quest’ultimo dettaglio, seppur minimo, lo considero geniale, perchè contribuisce pienamente a delineare un personaggio freddo e negativo, ma lucido e “scientificamente” conscio delle sue idee. A metà tra uno scienziato pazzo e un suddito nazista indottrinato. Immagine

Vera protagonista del film è la schiavitù, che Tarantino non esita a mostrarci in tutta la sua crudeltà: degne di nota la scena in cui Brunhilda/Kerry Washington viene frustata davanti agli occhi di Django, dove ogni frustata è veramente un colpo al cuore dello spettatore. Il pensiero non può non andare agli schiavi di “Via col vento”, a Mami e Pork, e a Rossella che incita Prissy con un “Corri, sennò ti frusto!”. E’ vero che Margaret Mitchell era di Atlanta, una donna del Sud, ma siamo tutti d’accordo che “Via col vento” ci mostra una schiavitù edulcorata e falsata. Resta comunque un capolavoro immortale.

Nel film recita anche Samuel L. Jackson nel ruolo dell’infame Stephen, e fa un cameo Franco Nero, protagonista del “Django” di Corbucci, con tanto di battuta meta-cinematografica proprio sulla parola “Django”. Immancabile lo stesso Tarantino nel breve ruolo del sorvegliante Frank.

Per il resto, tutto è tarantiniano: i dialoghi surreali ed estremi (favolosa la scena dei sacchetti e della pseudo-banda del Ku Klux Klan), le morti violente (le due sparatorie finali le ho amate), le millemila citazioni (memorabile la pistola che esce dalla manica del Dr.Schultz, alla maniera di Travis Bickle) e l’auto-citazione (la sella di cuioio di Django marchiata con una “D” che ricorda il “Bad Mother Fucker wallet” di Jules in “Pulp Fiction”, il mandingo che cava l’occhio all’altro, così come Beatrix Kiddo cava l’occhio buono a Elle Driver). Tarantiniana è anche la scelta delle musiche, che vanno da Luis Bacalov a Morricone a Jerry Goldsmith, con un po’ di hip hop di Tupac e dello stesso Jamie Foxx. Quentin ha gusto musicale, ormai è risaputo.

Concludo quest’impressione positivissima del film con due piccole curiosità, del genere “Ah si, quell’attore/attrice l’ho già vista”…

1-Quando Django arriva nella cittadina del Texas, subito dopo essere stato liberato, si intravede a una finestra una ragazza che lo guarda: è l’attrice Amber Tamblyn (“Joan of Arcadia”, “127 ore”), figlia di Russ Tamblyn, attore di “Twin Peaks” ma soprattutto protagonista del western “Mezzo dollaro d’argento” (1965), il cui titolo in inglese è “Son of a gunfighter”. La figlia Amber appare nei titoli di coda di “Django Unchained” come “Daughter of a son of a gunfighter”. Carino, no?

2- In due micro-scene di “Django”, nel gruppo di sorveglianti di Calvin Candie, si intravede uno di loro con il fazzoletto che copre metà del viso: quel sorvegliante è in realtà Zoe Bell, stunt-woman, attrice in “Grindhouse-A prova di morte” nel ruolo di Zoe e controfigura di Uma Thurman in “Kill Bill”. Non so come, ma l’ho riconosciuta dal taglio degli occhi.

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