Cinema/Historia

Lincoln – Elementare, Spielberg!

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Partendo dal presupposto che Steven Spielberg non rientra tra i miei registi preferiti, pur riconoscendone l’indiscutibile bravura, “Lincoln” merita di essere annoverato tra i film più belli della stagione.

Ammetto di essere stata scettica prima di vederlo: trovavo l’idea di un film su “Lincoln” estremamente populista, nella scelta di girare un film sul presidente più amato e controverso della storia americana, simbolo di un’epoca e soprattutto caposaldo di quell’immaginario che vede l’America come patria della libertà, dell’uguaglianza e del diritto alla felicità. Trovavo che fosse populista anche il voler girare un film su Abraham Lincoln negli anni in cui il mondo e in primis la nazione americana sta a guardare alla presidenza degli Stati Uniti con occhi nuovi, con gli occhi della speranza e della fiducia, grazie all’elezione di Barack Obama alla guida del Paese. Poco importa che Spielberg avesse in mente già da tempo di volerlo fare (dai, possiamo anche non crederci).

Lo scetticismo mi ha accompagnato per tutto il film, ed è stato a tratti frenato solamente da ciò che, personalmente, guardo con più attenzione dal momento in cui mi siedo al cinema, ovvero la recitazione. Daniel Day-Lewis è un Lincoln perfetto, con un tono di voce tra il dimesso e il timido, un’andatura spensierata, un pontiferare stile Gesù con una vasta gamma di aneddoti, storielle, parabole e simili, una retorica fatta di alta e bassi che a volte farebbe la felicità di Demostene (vedi il discorso di Gettysburg accennato all’inizio del film), altre lo farebbe nascondere dietro una colonna. In altre parole, il Lincoln di Daniel Day-Lewis è credibile, e cosa si può voler di più dalla recitazione di un attore se non la credibilità (Stanislavskij docet)?

Chi non è credibile bensì incredibile è Sally Field. E’ perfettamente calata nei panni della sclinhizofrenica first lady Mary, madre, chioccia, casalinga ma con una ben nascosta abilità politica, che si manifesta non tanto nel saper fare quanto nel saper dire e affermare la propria presenza, tanto con il marito quanto con i suoi collaboratori. Presenza ingombrante e incombente sulla (almeno apparente) tranquillità di Lincoln, Mary perde il controllo solo quando si tratta dei suoi figli, ed è proprio in nome del suo essere madre che riesce, seppur marginalmente, ad influenzare le decisioni politiche. Quello tra Mary/Sally Field e Lincoln/Daniel Day-Lewis è un rapporto di amore e sopportazione, che talvolta sfocia in un aperto duello, che vede sempre vincitrice, sia dal punto di vista verbale che recitativo, Mary. A vincere è anche Sally Field, che arriva ad oscurare il protagonista nell’impeto della sua recitazione, nella gestualità, nella prossemica.

Parlo di prossemica e di conseguenza di spazi teatrali, perchè è indiscutibile il fatto che Lincoln sia una pellicola di matrice teatrale, merito in primis dello sceneggiatore Tony Kushner, affermato drammaturgo, premio Pulitzer 1993 per “Angels in America: A Gay Fantasia on National Themes” e già sceneggiatore per Spielberg per “Munich” (2005), insieme ad Eric Roth.

thadDegna di nota l’intepretazione di Tommy Lee Jones del membro della fazione radicale dei repubblicani Thaddeus Stevens, fiero oppositore della schiavitù, rappresentato in tutta la sua radicalità di pensiero e azione. Sicuramente un personaggio non facile da interpretare, se non il più difficile della pellicola, perchè la mente e il carattere di Stevens si mostrano fin da subito come impenetrabili e indecifrabili: il suo personaggio si svela man mano che gli eventi si svolgono, in un crescendo di indecifrabilità che trova la sua risoluzione solo alla fine del film, dopo il voto per l’abolizione della schiavitù, quando finalmente è svelato un lato segreto della sua vita.

Non si può parlare del film senza menzionare la colonna sonora dell’immancabile John Williams, sul quale è già stato detto tutto. Posso dire soltanto che la sua musica accompagna il film come un inno nazionale (vedi il brano “The People’s House”), un perfetto coronamento all’immagine patriottica che il film mostra del sedicesimo presidente degli Stati Uniti, il padre di quella nazione amata e odiata che è l’America.

Per quanto riguarda lo svolgimento della trama, il film cammina sul filo del rasoio, rischiando di divertire come di annoiare. E’ un’alternanza tra coinvolgimento e noia, velocità data da dialoghi sferzanti e momenti di tensione e lentezza dovuta a momenti di “vuoto” narrativo che nemmeno la bravura recitativa di Daniel Day-Lewis può colmare. I momenti più coinvolgenti sono sicuramente quelli “assembleari”, in cui si discute sulle modalità per accaparrarsi voti, sconfiggere gli avversari, raggiungere il proprio scopo. Preciso che sono coinvolgenti perchè è impossibile non cercare di star dietro a nozioni politiche, termini estranei a noi italiani e difficilmente equiparabili nella nostra realtà quali “repubblicani” e “democratici”, e inoltre cercare di capire chi nel film fosse effettivamente “repubblicano”, “democratico”, “radicale”, “abolizionista”, ecc. Si viene travolti da questo turbinìo di macchinazioni politiche che raccontano l’altra faccia della democrazia, una faccia segreta e oscura, in cui vince chi gioca meglio le proprie carte.

L’impressione generale è che Spielberg non si sia voluto sbilanciare, ritagliando l’ultima parte della vita di Lincoln senza darne un’immagine particolarmente significativa dal punto di vista estetico né allontanandosi troppo dal Lincoln così come la Storia ce lo ha tramandato. Non ci ha rivelato nulla né ha lasciato che intuissimo qualcosa al di là della sua routine politica, lavorativa e familiare, manca quel quid a conferma del fatto che Abraham Lincoln è stato qualcosa di più che uno statista, un marito e un padre di famiglia, ovvero ciò che lo caratterizzava come uomo dotato, come tutti, di difetti.

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