Books/Myths

“Belli e dannati”, ovvero: Anthony, l’anti-società americana per eccellenza

Mesi fa ho letto “Il grande Gatsby” e mi sono innamorata di un tale Fitzgerald che, prima di allora, conoscevo solo quale personaggio dello splendido “Midnight in Paris” di Allen. Quasi mi vergogno del fatto che una maniaca bibliofila come me abbia scoperto questo immenso autore alla veneranda età di ventidue anni: come ho potuto leggere Hemingway, Salinger, Fante, Melville e tralasciare Fitzgerald in tutti questi anni? Forse per volontà di compensazione, dopo Gatsby mi sono letteralmente buttata nell’universo “fitzeldaiano” (perchè ogni suo libro è permeato di Zelda, come se il suo profumo avesse impregnato le parole e le frasi che man mano si formavano nella testa del marito). Ho quindi letto “Tender is the night”, rigorosamente in inglese per poter meglio apprezzare la bellezza e la sonorità del suo stile. Perchè è proprio la sonorità ciò che più mi ha sconvolto nel leggere le storie dissolute e decadenti di Fitzgerald.

You’ve taught me that work is everything and I believe you. You used to say a man knows things and when he stops knowing things he’s like anybody else, and the thing is to get power before he stops knowing things. If you want to turn things topsy-turvy, all right, but must your Nicole follow you walking on her hands, darling? (Tender is the night, ed.Penguin Popular Classics, p.63)

L’uso delle virgole e la ridondanza degli aggettivi fanno in modo che il testo risulti quindi molto musicale, quasi una sorta di poesia scritta in prosa. Forse per questo motivo mi richiama alla mente The rime of the Ancient Mariner di Coleridge (1798):

With sloping masts and dipping prow,
As who pursued with yell and blow
Still treads the shadow of his foe,
And forward bends his head,
The ship drove fast, loud roared the blast,
And southward aye we fled.
(parte prima, dodicesima strofa)

Letto “Tender is the nigbdht” sono stata attirata, in libreria, da un libriccino della Donzelli Editore, “Un sogno di ragazza”: in questo racconto breve ho ritrovato Gatsby in Yanci, seppur con evidenti differenze di età e sesso, e poi, ancora una volta, ho ritrovato Gatsby in Anthony Patch, protagonista di “Belli e dannati”, nella graficamente splendida edizione della minimum fax, con la traduzione di Francesco Pacifico.

L’amore per questo libro è scattato subito, a partire dall’incipit:

Nel 1913, quando Anthony Patch aveva venticinque anni, già due ne erano trascorsi da che l’ironia, lo Spirito Santo di questi ultimi tempi, era, perlomeno in teoria, discesa su di lui. L’ironia era l’ultima lustrata alle scarpe, l’ultimo colpo di spazzola sul vestito, una specie di <<Ecco!>> intellettuale – eppure, al principio di questa storia, Anthony non è andato più in là dello stadio consapevole.   (Belli e dannati, ed.minimum fax, p.49)

Quando ti ritrovi davanti un libro che inizia in questo modo e, come la sottoscritta, sei appassionata di scrittura e, modestia a parte, ti ritieni una buona scrittrice, l’effetto è quello di sbattere a un muro fatto di cemento che ti piomba letteralmente davanti mentre stai camminando, tranquilla e felice, in mezzo alla strada. Nella mia (finora breve) vita ho letto una grande quantità di libri e scrittori di vario genere: alcuni mi hanno fatto emozionare, altri annoiare, altri ancora mi hanno fatto venir voglia di scrivere e li devo ringraziare per questo. Fitzgerald invece mi ha fatto star male. E’ un malessere che è nato dal pensiero che se un uomo come tutti gli altri è riuscito a scrivere una frase del genere, a mettere insieme parole appartenenti a contesti apparentemente diversi ottenendo l’effetto di descrivere alla perfezione una scena o uno stato d’animo, allora che senso ha continuare a scrivere? E’ quella genialità inarrivabile, quella che attua una rivoluzione in un qualsiasi campo artistico e lo stravolge in meglio. Poi però il senso di malessere è passato, attenuato dal mio ego vitale che mi porta a pensare che si può solo migliorare e che anche Duchamp, a un certo punto, è stato superato, cronologicamente e artisticamente, da Kosuth.

In “Belli e dannati” il protagonista è Anthony Patch, sufficientemente ricco e colto da poter vivere la propria giovinezza in totale tranquillità e divertimento. Può concedersi il lusso di non lavorare e di non fare progetti, o meglio, farne per poi abbandonarli per pura inerzia e pigrizia. La sua vita non cambia quando incontra Gloria e la sposa: insieme i due vivranno tra New York e il Jersey scandendo la loro vita in attimi fatti di cocktail, gin, whiskey e bourbon e intervallati da cene al ristorante e serate in teatri di medio-bassa qualità. Tutto cambia quando Anthony non può più far affidamento sull’eredità del ricco nonno e le rendite iniziano a scarseggiare. E’ un climax discendente di eventi che lo porteranno lì dove mai avrebbe potuto pensare di finire, mentre Gloria sarà costretta a fare i conti con una bellezza che è destinata a sfiorire e con il vuoto che alberga nella sua vita, man mano che la giovinezza sfiorisce.

Il racconto di Fitzgerald nasce come una satira, una riflessione sui giovani, ricchi e indolenti americani degli anni Venti e Trenta. Certamente non è una bella prospettiva quella che lo scrittore ci offre, eppure è innegabile che sia dotata di un certo fascino. Il dolce far niente di Anthony e Gloria è in realtà in piena antitesi con la smania produttiva che caratterizza la cultura americana: il nonno disereda Anthony perchè questi preferisce non sforzarsi piuttosto che dare inizio ad un’ascesa capitalistica che potrebbe condurlo, dati i mezzi di cui dispone, a diventare un grande magnate della finanza. Ma allora la domanda che mi ha tormentato per tutta la lettura del libro è: Anthony è degno di biasimo? Lo stile di vita condotto da lui e da Gloria è condannabile o può essere oggetto di difesa?

Gran parte della critica ritiene che tutti (o quasi) i personaggi di Fitzgerald siano soggetti a una caduta inesorabile verso il baratro del nulla, a causa di dissolutezze, ricchezze sfrenate, stili di vita sfarzosi ma vacui. In parte è vero, eppure non riesco a non prendere le parti di Jay Gatsby ed Anthony Patch, dei loro amori idealizzati e della loro indolenza che potrebbe essere una volontà di speranza nel miglioramento delle proprie condizioni. Il fatto che l’uomo deve prendere in mano il proprio destino è una verità assoluta, ma è anche vero che è difficile prendere in mano il proprio destino quando il mondo e la realtà ti fanno crescere in un castello dorato fatto di servitù e pellicce di zibellino. Io vedo Anthony Patch come un anti-capitalista, un esteta, non tanto quanto l’Andrea Sperelli dannunziano quanto piuttosto Jean Des Esseintes dell’antecedente “A’ rebours” di J.K.Huysmans (di cui consiglio vivamente la lettura). La sua indolenza è dovuta a un distacco dalla realtà puramente americana, quella della produttività e dell’uomo in quanto membro produttivo della società. Oserei dire un rivoluzionario rispetto, per esempio, all’amico scrittore Caramel, il quale ottiene un grande successo con il primo libro ma a partire dal secondo è piegato alla volontà della casa editrice, che lo obbliga a scrivere romanzetti: Caramel prostituisce la sua scrittura in nome dei soldi, Anthony si rifiuta di prostituire la sua libertà e il suo modo di vivere per aderire ai dettami della società. I soldi gli servono, sono fondamentali e lo riconosce, sono la sua ossessione per quasi tutta la seconda parte del libro. Ma nonostante ciò persiste a non far nulla e ad attendere, con speranza, l’eredità del nonno. Non gli va di lavorare, quindi che altro può fare se non attendere?

Il libro si conclude con il suo pensiero, che, seppur dettato dall’esasperazione e dalla follia, è un inno alla lotta dell’individuo contro la società ma, soprattutto, un inno proprio alla speranza:

<<Gliel’ho fatta vedere io>>, diceva. <<E’ stata una dura lotta, ma non ho ceduto, e ho vinto!>>.   (Belli e dannati, ed.minimum fax, p.546).

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