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“La Fonte Meravigliosa”, Ayn Rand e Gary Cooper

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare di Ayn Rand. Immagino l’abbiate alzata in pochi, se non nessuno. Fino a poco tempo fa neanche io la conoscevo, ma poi, seguendo un documentario sulla crisi economica mondiale, ho scoperto che molti, in America, tributano a lei la colpa delle speculazioni finanziarie ai danni delle borse internazionali perpetrate da una o due generazioni di manager, CEO e banchieri, accomunati tutti dall’aver stimato ed emulato l’opera della Rand, in particolare il mattone “La rivolta di Atlante”, una sorta di saga epica divisa in tre parti. Ancora non mi sono spinta tanto oltre da leggere “La rivolta di Atlante”. Ho letto, però, il più celebre (e sicuramente più accessibile in quanto a lunghezza) “The fountainhead”, edito in Italia dalla Corbaccio con il titolo “La fonte meravigliosa”.

Il romanzo è la prima opera di successo di Ayn Rand, una scrittrice russa naturalizzata americana che ha intriso i suoi romanzi della cosiddetta filosofia dell’Oggettivismo, che propugna un individualismo razionale e un rifiuto del comunismo: ogni uomo è dotato di un suo pensiero che, all’interno di un sistema comunista, è annullato e annichilito. In molti hanno riscontrato, in questo genere di pensiero, un orientamente filo-nazista e vicino alla destra. Personalmente ritengo che se una corrente rifiuta il comunismo non è necessariamente di destra, e nel leggere il romanzo ne ho avuto la dimostrazione. Quello che la Rand fa è esaltare il pensiero umano, l’uomo e il suo tesoro più grande, la ragione. E’ in virtù della ragione che compiamo le nostre scelte e perseguiamo i nostri obiettivi, ed è in virtù della ragione che Howard Roark, protagonista del libro, crea i suoi edifici: il suo scopo è costruire stando alle sue sole regole, in maniera modernista ed essenziale, senza i fronzoli e le scopiazzature varie alle architetture del passato (colonnati, frontoni e fregi). La sua mente è totalmente devota alla creazione, è l’eroe romantico, colui che vive in nome dei suoi ideali. Non importa cosa dicono gli altri, se piace o meno, se vende o meno. Non esistono compromessi. Ciò che sconvolge della figura di Roark è la sua a-patia nei confronti delle altre persone: non prova disprezzo o odio verso i suoi detrattori. Semplicemente, non gli interessa.

“Io non ho affatto amor proprio, se vuoi chiamarlo così. Io non penso mai a me stesso, vedi, in relazione a un’altra persona. Mi  rifiuto di far pate di alcunché. Sono terribilmente egoista.” “Direi. Ma gli egoisti non sono gentili. E tu invece lo sei. Tu sei l’uomo più egoista e più gentile che io conosca. E questo non ha senso”. “Forse sono i concetti che non hanno senso. Forse non hanno  il significato che la gente è stata abituata ad attribuir loro”. (dialogo tra Roark e Peter Keating, p.552)

La libertà individuale di Roark è tale da indispettire la maggior parte delle persone con cui entra a contatto, soprattutto il mediocre ma celebrato rivale Peter Keating e l’ambiguo intellettuale Ellsworth Tookey. Peter Keating non ha il talento di Roark eppure, poichè sceglie di asservire ai dettami altrui, costruendo edifici ben accetti dalla società, raggiunge ben presto l’apice della popolarità, diventando uno degli architetti più celebri della città. E’ consapevole della sua mancanza di talento ma non lo ammette mai e, riconoscendo il genio di Roark, prova nei suoi confronti stima e odio, ammirazione e invidia. La mediocrità di Peter Keating è compensata dal genio malefico di Ellsworth Tookey, un giornalista, fautore dell’annichilimento collettivo, il quale si prefigge il compito di demolire Roark, conscio del suo genio e intimorito: Roark è un suo competitor in quanto a genialità, inoltre i suoi edifici esaltano la grandezza dell’uomo, mentre Tookey  ricerca il potere sulla mente della collettività, vuole manipolare la gente attraverso il mezzo stampa, vuole annullare le menti e il libero pensiero, per questo Roark è la sua nemesi.

Tuttavia, Roark ha anche degli alleati: Dominique Francon, giornalista di cui l’architetto si innamora, e Gail Wynand, magnate dell’editoria e proprietario del Banner, il giornale-spazzatura che nel libro ha il mistico potere di influenzare la massa. E’ la testata per la quale scrivono sia Tookey che Dominique, è l’arma usata da entrambi rispettivamente per annullare ed esaltare Roark, è la presenza fissa e latente di tutto il libro, onnipresente anche quando non citato: è l’espediente letterario usato dalla Rand per portare il lettore a riflettere sul mezzo stampa e sull’uso improprio che se ne può fare. Interessante è anche il modo in cui i personaggi lo utilizzano per raggiungere i loro scopi. Dominique si innamora da subito di Roark e del suo talento, è una donna intelligente e simile a Roark, tranne che per un dettaglio: se a Roark non importa nulla della massa, Dominique ne è fin troppo ossessionata, arrivando a disprezzare la massa e il mondo in quanto incapace di apprezzare l’arte e il Bello. Ne derivano le sue critiche dissacranti sul Banner, volte a distruggere Roark e la sua opera: “…spero che in qualche futuro attacco aereo una bomba possa polverizzarla e farla scomparire dalla faccia della terra: sarebbe la fine che si merita. Molto meglio che vederla diventare vecchia e sporca, banalizzata dalle fotografie di famiglia, degradata dalle calze sporche stese ad asciugare e dai disegni scarabocchiati sui muri delle sue scale. Non c’è una sola persona a New York a cui dovrebbe essere permesso di vivere in quella casa” (p.281). Il mondo non merita l’opera di Roark.

Il personaggio di Dominique è complesso, è nichilista, almeno fino a quando non incontra Roark. Lo stesso si può dire di Wynand, l’emblema del self-made man americano e del capitalismo, colui che si è fatto da solo, cresciuto ad Hell’s Kitchen e che, sebbene dotato di talento per il giornalismo e di un’anima in grado di comprendere la complessità del Reale e dell’Arte, sacrifica il suo intelletto in nome del denaro, con l’unico scopo di arricchirsi per vendicarsi di un passato fatto di stenti. Wynand farà i conti con la sua scelta quando incontrerà Roark: riconosce il Genio e si rende finalmente conto di cosa vuol dire aver vissuto una vita priva di ideali. Il suo giornale-spazzatura ne è l’emblema, il simbolo del tradimento dell’uomo nei confronti della ragione, il trofeo della conquista di una massa inerte e incapace di pensare con la propria testa.

Non basterebbe un blog intero a spiegare la complessità di questo libro e dei suoi personaggi, e non è bastato un film a rappresentarne la bellezza. Nel 1949 esce l’omonimo film diretto da King Vidor, con Gary Cooper nel ruolo di Howard Roark e Patricia Neal in quello di Dominique Francon. Nel complesso l’essenza del romanzo è rimasta intatta, grazie alla sceneggiatura curata dalla stessa Ayn Rand, e nonostante l’età avanzata di Gary Cooper, l’attore è credibile nei panni di Roark. Spiccano le scenografie e le architetture che inglobano la figura umana, nonchè la grande teatralità con cui alcune scene sono state girate, una su tutte lo scoppio della passione tra Dominique e Howard. Nel complesso un bel film, ma che ha poco a che fare, purtroppo, con la monumentalità non solo del libro stesso ma anche, e soprattutto, della costruzione psico-filosofica che ha reso grande questo capolavoro della letteratura americana.

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