Books/Cinema

“Il grande Gatsby”, Baz Luhrmann e la luce verde

the_great_gatsby_movie-wide

“Si era spinto al di là di Daisy, al di là di tutto. Si era gettato in quell’amore con passione generosa, continuando ad alimentarlo nel tempo, decorandolo con ogni piuma luminosa che incrociava la sua strada. Non c’è fuoco o gelo tanto grande da poter sfidare ciò che un uomo ha nascosto nel suo cuore posseduto” (Il grande Gatsby, p.97, ed.Mattioli 1885)

Sono mille i motivi per cui, ad oggi, la storia di Jay Gatsby continua ad affascinare. Il segreto di Fitzgerald sta nella sua scrittura, armoniosa, delicata e perfetta indagatrice dei moti dell’animo umano. Il segreto di Jay Gatsby, invece, sta nella sua speranza, quella luce verde che continua a illuminare, intermittente, la casa dell’amata Daisy sull’altro lato della baia. Gatsby è il perfetto eroe romantico, più spregiudicato del Werther goethiano e più ottimista di Jacopo Ortis, ma comunque mosso da un amore ideale. Quello di Gatsby è un individualismo che non è mai egoismo, bensì un punto fisso che in Gatsby si materializza nella tanto agognata “luce verde”, ovvero Daisy.

Un espediente letterario efficace e che Fitzgerald furbamente sfrutta è quello del punto di vista esterno ma presente ai fatti narrati: l’onniscienza selettiva di Nick Carraway ci presenta i fatti senza mai giudicare i comportamenti dei protagonisti, anche in virtù del consiglio paterno che costituisce l’incipit del romanzo, a mio avviso uno dei più belli della letteratura mondiale:

“Quando ero più giovane, e più vulnerabile, mio padre mi diede un consiglio a cui da allora non ho mai più smesso di pensare. “Ogni volta che ti viene voglia di criticare qualcuno”, mi disse, “ricordati che non tutte le persone in questo mondo hanno avuto le opportunità che hai avuto tu”. (p.11)

L’incipit è l’essenza stessa del libro: da solo basta e avanza a spiegare le complicate dinamiche che muovono i personaggi e i loro rapporti, Nick verso Gatsby e Gatsby verso Daisy: Nick, di norma, sospende ogni suo giudizio per seguire il consiglio paterno, e questo lo porta a non giudicare Gatsby e quindi alla nascita della loro amicizia. Inoltre, il giovane James Gatz non ha avuto “opportunità” nella vita, è nato povero, si è fatto da sé, è il self-made man americano abbagliato dal “sogno americano” che si materializza in Daisy: l’incipit stesso del romanzo ci introduce il personaggio principale, Gatsby, mascherato nel consiglio del padre a Nick. Purtroppo, è proprio su questo punto che “Il grande Gatsby” di Luhrmann commette un passo falso. Ma andiamo con ordine.

La critica si è divisa sul film di Luhrmann. E a ragione, dato che anche io mi sono sentita “divisa” per l’intera durata del film: divisa tra l’idea che mi ero fatta e le aspettative, divisa tra il libro nella mia testa e le immagini che scorrevano davanti ai miei occhi. Ma per fortuna, man mano che il film scorre e una volta superati i primi, ahimé atroci, cinque minuti, le due parti di me si ricompongono per lasciarsi trasportare nel vortice immaginifico del mondo di Baz Luhrmann.

Baz Luhrmann

Baz Luhrmann

moulin26

Ewan McGregor/Christian in “Moulin Rouge”

“Il grande Gatsby” del caro Baz è in primis un inno alla vitalità degli anni Venti, i “Roaring Twenties”, e lo si evince già dal trailer, dove ai focus sui protagonisti si alternano le immagini di party sfarzosi, abiti scintillanti e danze sfrenate. Il tema del party è uno di quelli che d’ora in poi chiamerò “gli stereotipi di Luhrmann”, ovvero argomenti/status/personaggi che al regista australiano piacciono talmente tanto da non poter fare a meno di inserire in ogni suo film. Ecco quindi che alle feste e alle danze, già presenti in “Moulin Rouge”, il caro Baz unisce un altro suo stereotipo, ovvero lo “scrittore squattrinato abbagliato dalla grande città”, che ne “Il grande Gatsby” è impersonato da Nick Carraway (alias un bravo e adatto Tobey Maguire), e che in “Moulin Rouge” era Christian/Ewan Mc Gregor. Quì sta il primo errore di Luhrmann, che per me, da grande appassionata del libro, è un vero e proprio tradimento: nel libro di Fitzgerald Nick Carraway NON è uno scrittore squattrinato che si perde nella concupiscenza di una New York animata da jazz, flapper girls e alcool.

maguire

Tobey Maguire/Nick Carraway in “The Great Gatsby”

Il Nick di Fitzgerald è un uomo posato, moralista, con una professione non redditizia ma socialmente accettata, e soprattutto è un uomo che non giudica. E’ per questo motivo che assiste, senza far nulla, al vortice di eventi che costituiscono la trama del libro, e proprio nel suo esimersi dal giudicare sta la chiave di volta per spiegare l’amicizia che lo lega a Jay Gatsby. Aggiungo inoltre che la scelta di Luhrmann di “far rinchiudere” Nick in un manicomio, all’inizio del film, è quasi detestabile. Un pretesto gratuito e superfluo per introdurre la narrazione in prima persona e che scade decisamente nel banale. Così come banale è la scelta di cambiare il già citato incipit del romanzo: il consiglio paterno di Nick, da “ricordati che non tutte le persone in questo mondo hanno avuto le opportunità che hai avuto tu”, nel film diventa “ricordati di guardare il lato migliore delle persone”. Questione di parole cambiate, potete pensare, e invece no, e per i motivi spiegati sopra. E’ un altro tradimento nei confronti del libro e dei personaggi. Questo duplice tradimento è presente nelle prime sequenze del film, ed è il motivo per cui, come ho detto, ho odiato la pellicola nei primi cinque minuti.

moulin-rouge-2

Il party al “Moulin Rouge”

In generale, “Il grande Gatsby” si rivela un film perfetto dal punto di vista delle ambientazioni, dei costumi e quindi dell’atmosfera degli anni Venti. Ho letto diverse recensioni che biasimano Luhrmann per la sua scelta di creare un’opera sicuramente postmoderna, barocca e autocelebrativa, ma basta vedere i suoi precedenti film per rendersi conto che è la natura del regista australiano. E’ lui stesso ad essere postmoderno, barocco e autocelebrativo, sicuramente dotato di un raffinato gusto estetico di matrice teatrale, che si può già intuire dal suo modo di vestire. Non a caso la colonna sonora è stata affidata a Jay-Z in collaborazione con The Bullits (alias il producer Jeymes Samuel). Per tutti questi motivi non dobbiamo stupirci dei party sfarzosi semi-orgiastici accompagnati delle canzoni di Will.i.am, Fergie e Gotye che ci sembrano cozzare con i Roaring Twenties, perchè il bello di Luhrmann è proprio il suo riuscire a ritrovare, attraverso la musica di oggi, quelle atmosfere che altrimenti, ad oggi, risuonerebbero come una ennesima rappresentazione, magari fedele con le musiche di George Gershwin (di cui comunque si riconosce la “Rapsodia in Blue” in un paio di scene), ma vacua e fin troppo retro.

Il party a casa di Gatsby

Il party a casa di Gatsby

Una menzione speciale alla hit “Young and Beautiful” di Lana Del Rey (già il titolo coglie l’essenza del film), scritta dalla cantante e dallo stesso Baz insieme a Rick Nowels, le cui note sembrano preannunciare la tragedia di Gatsby, e “Gatsby believed in the green light”, composta da nientepopodimenoche Craig Armstrong (Golden Globe per le musiche di “Moulin Rouge”).

Per quanto riguarda i personaggi, all’inizio della promozione la scelta del cast sembrava ottima: Di Caprio ha le fattezze di Gatsby; Tobey Maguire non è carismatico nè protagonista, quindi è un perfetto Nick Carraway. Qualche dubbio lo suscitava Carey Mulligan, brava in “An education” e “Drive”, ma decisamente troppo poco sofisticata per il ruolo di Daisy Buchanan, soprattutto se a confronto ripensiamo a Mia Farrow nella versione de “Il grande Gatsby” (1974) di Jack Clayton. La Mulligan, all’inizio del film, c’è ma non si vede, e purtroppo a livello recitativo emerge nel corso del film solo grazie a Leonardo Di Caprio, il quale, nelle scene a due, la solleva letteralmente trascinandola con sé a un livello recitativo superiore, per poi riabbandonarla alla sua “pochezza”. L’impressione è che la Mulligan non si sia sforzata abbastanza nel rendere un personaggio ambiguo e pieno di contraddizioni come quello di Daisy e, forse nel timore di “scimmiottare” la Farrow, non si scompone mai, mostrando il lato del personaggio fin troppo triste e lamentoso. Capisco anche la difficoltà di interpretare una donna che “pretendeva che la propria vita avesse una forma adesso, immediatamente – e la direzione doveva essere presa verso un destino a portata di mano, che si trattasse d’amore o denaro o qualcosa d’indiscutibilmente pratico” (p.147). Daisy, al contrario di Gatsby, non può attendere e credere speranzosa in un futuro migliore. Lei deve avere tutto e subito, senza pensare e senza porsi problemi: vuole vivere tranquilla, nell’illusione, purtroppo molto diffusa, che una quotidianità costruita e artificiosa sia una parvenza di felicità. In definitiva, Daisy è la materializzazione non solo del sogno americano, ma anche del muro contro cui il sogno va a infrangersi, quella realtà che si manifesta in tutta la sua crudeltà quando Daisy torna da Tom, incurante del dramma che poi travolgerà Gatsby.

Di Caprio conferma invece la sua bravura: il suo Gatsby è, a parer mio, un tantino esagitato. Ma, come accennato, l’uomo che impazzisce e urla per amore è un altro degli stereotipi di Luhrmann, e comunque questo è un elemento che piace. Non so se l’Oscar glielo daranno mai, ma se glielo daranno non credo sarà per questa prova. Nota negativa per Leo: gli abiti li indossava meglio Robert Redford.

confronto

“Tom e Daisy erano inafferrabili… Demolivano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro assoluta vaghezza o in qualunque cosa vi fosse che li teneva insieme, e lasciavano che altre persone rimettessero a posto il pasticcio che avevano combinato…” (p.172)

Un altro elemento che, seppur in minima parte, ha aiutato la Mulligan a risollevarsi dal piattume della sua recitazione è la scelta dei costumi: firmati da Miuccia Prada con la collaborazione del premio Oscar Catherine Martin, moglie di Baz, gli abiti indossati da Daisy e dall’amica Jordan tolgono il fiato sia per fattura che per taglio. Dai cappelli agli scialli, dalle scarpe ai gioielli firmati Tiffany&Co, ogni capo indossato dalle due donne è una piacevole pugnalata al cuore per gli appassionati di moda (segnalo in particolare i cappelli indossati da Jordan). Bisogna anche dire che Jordan Baker/Elizabeth Debicki, questa semi-sconosciuta, ha un eleganza innata: purtroppo Daisy/Carey Mulligan esce sconfitta anche sotto questo punto di vista. Purtroppo, non si può dire lo stesso dei completi indossati da Leo Di Caprio e Tobey Maguire, firmati dallo storico brand newyorkese Brooks Brothers: ottimi i modelli, mediocri gli indossatori. Oserei ipotizzare un lieve aumento di peso da parte di Di Caprio durante le riprese, dato che alcune giacche gli tiravano non poco sulle spalle. Ma, ripeto, è solo un’ipotesi e sicuramente un fatto secondario rispetto alla riuscita del film.

Joel Edgerton e Isla Fisher sono perfetti nei ruoli dei due amanti Tom Buchanan e Myrtle Wilson. Lui spocchioso, con tratti dispotici e accecato da momenti di deliri di onnipotenza razziale, lei piacevolmente volgare, tanto nel vestire quanto nei modi. Una nota di merito anche a Meyer Wolfsheim, alias Amitabh Bachchan, attore indiano di grande bravura che riesce a rendere il contrabbandiere ebreo che indossa ai polsi gemelli di denti umani (che nel film diventano una spilla) in maniera istrionica e quasi grottesca, seppur di breve durata.

In generale, dobbiamo (e non a malincuore) dimenticarci della versione di Jack Clayton con Robert Redford: se il film del 1974 è incomprensibilmente statico e “freddo”, seppur dotato di una patina di charme data dalla coppia Redford-Farrow, il film del 2013 è chic e pirotecnico, e questo è sicuramente il suo punto di forza.

Sono molti i punti per cui sono grata a Luhrmann, in primis quello di aver dato il giusto spazio alla “green light”, quella luce verde simbolo della speranza che rende speciale il personaggio di Jay Gatsby. Perchè è per questo motivo che, personalmente, amo Jay Gatsby: perchè non perde mai la speranza che la vita possa migliorare, che là fuori c’è la chiave di volta del nostro destino. Dobbiamo solo trovare la nostra luce verde, allungare un po’ di più le braccia e cercare di afferrarla con tutte le nostre forze.

Baz-Luhrmann-The-Great-Gatsby-Green-Light

Annunci

4 thoughts on ““Il grande Gatsby”, Baz Luhrmann e la luce verde

  1. Bellissimo articolo, anch’io sono rimasto particolarmente affascinato dal tema della luce verde e dal fatto che tutta la vita e tutte le azioni intraprese da Gatsby avessero il solo scopo di ritrovare l’amata Daisy come quando si erano dovuti lasciare cinque anni prima..Secondo me Jay Gatsby è un personaggio dal quale forse tutti avremmo qualcosa da imparare..Quello che trovo lodevole in lui è il fatto che il proprio sogno/disegno di vita era di molto superiore alla effettiva realtà, e per questo sogno ha perso la vita, senza mai perdere la speranza..Fino all’ultimo istante..

    Mi piace

  2. Contenta che sia di tuo gradimento! Personalmente trovo che Gatsby vada di pari passo con la speranza, cosa che purtroppo si tende a perdere facilmente. Quindi si, tutti dovremmo prendere spunto da Jay e dalla sua green light 🙂

    Mi piace

  3. Mi domandavo se la luce verde (Gatsby credeva nella luce verde, nel futuro orgiastico che ogni giorno si ritira davanti a noi….) sia la medesima luce verde che rilascia il sole qualche volta e per qualche istante al tramonto. Qualcuno sa rispondermi?

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...