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“Le relazioni pericolose”: stereotipi e crudeltà

Chi riuscirebbe a non fremere pensando alle sventure che può causare una sola relazione pericolosa!

(Lettera CLXXV, la signora di Volanges alla signora di Rosemonde, p.466, ed.BIG Giunti)

Il già natumblr_my903dzSBj1r6fhuio1_500turale potere di attrazione di un classico della letteratura europea è spesso amplificato dal tema: quando si parla di sano libertinaggio misto ad una buona dose di perfidia, personalmente sono già positivamente predisposta verso l’opera, perciò eccomi qui, di ritorno dopo millemila giorni, a riportare in vita quello che, ribadisco, non è un blog, bensì un posto virtuale in cui sfogo tutti i pensieri che mi frullano in testa non appena chiudo un libro o vedo un film. Avversione verso la parola “blog”? Sicuro, ma sono la fan numero uno di blog e bloggers, perciò tacciatemi pure di incoerenza. Non è colpa mia (e qui stiamo alla prima citazione direttamente dal libro).

“Le relazioni pericolose” è un romanzo epistolare di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos del 1782, reso celebre anche dalla trasposizione cinematografica del 1988, diretta da Stephen Frears e con gli istrionici John Malkovich e Glenn Close nella parte dei due libertini, il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil. Ne consiglio la visione, fedele al libro e con alti livelli recitativi.

La trama è famosa: i due libertini citati sopra decidono di giocare con la vita e i sentimenti di due giovani, ingenui innamorati, il cavaliere di Danceny e Cécile Volanges. Tra inganni e seduzioni varie, doppi sensi (spassosissimi) e giochi di potere, l’intera vicenda la apprendiamo attraverso lettere da cui editore e autore prendono le distanze, all’inizio del libro, attraverso due prefazioni: un escamotage letterario che abbiamo già trovato in Manzoni e che troveremo quasi cento anni dopo in Hawthorne (celeberrima “La dogana”, introduzione a “La lettera scarlatta”), in cui gli scrittori affermano di aver casualmente ritrovato delle lettere che testimoniano la veridicità della vicenda. Mi ha sempre incuriosito questo stratagemma, forse perché mi permette di paragonare lo scrittore al drammaturgo (figure che, tre l’altro, spesso coincidono).

Non so voi, ma io sono da sempre attratta dal cattivo della storia (come avrete già potuto notare dall’elogio di Frollo che faccio qui): se poi i cattivi sono due, allora cado nel pieno godimento, soprattutto quando mi trovo davanti una marchesa di Merteuil che mette davanti a tutto e tutti la sua persona, rivendicando la propria appartenenza al sesso femminile:

Mi chiamerebbe perfida, ma la parola perfida mi ha sempre fatto piacere; dopo crudele, è quella più dolce all’orecchio di una donna, ed è la meno difficile da meritare

(Lettera V, pp.35-36).

Poche donne ammetterebbero con tanto candore quel vago, minimo senso di compiacimento che ci assale quando ci definiscono “perfide”, “crudeli”, soprattutto in relazione all’altro sesso. Forse tale compiacimento è figlio di una società che le femministe definiscono “patriarcale”, e da tale retaggio scaturisce il piacere, quasi sempre inconsapevole, di far soffrire l’altro sesso. Ma divago in questioni etico-sociologiche-politicamente scorrette. Meglio riprendere il tentativo di analisi.tumblr_m5hjseVte21qazkdco2_250

Ciò che salta subito all’occhio, nel rapporto tra Valmont e la marchesa, è una complice, intima (in tutti i sensi) amicizia che, nella mia opinione, trascende il comune senso dell’amore e del legame tra uomo e donna: non sono marito e moglie perché non legati nel vincolo del matrimonio, ma non sono neanche semplici amici, perché hanno condiviso (o condividono ancora) le stesse idee, lo stesso letto, la stessa visione della vita. E’ un rapporto a tratti morboso, il loro, che da vita a vere e proprie scenette di gelosia all’interno del libro:

I nostri legami sono stati sciolti, non spezzati; la nostra pretesa rottura fu solo uno sviamento dell’immaginazione: i nostri sentimenti, i nostri interessi non sono rimasti meno uniti. […] e dopo aver assaporato tutti i piaceri durante le nostre diverse scorribande, godiamo della felicità di sentire che nessuno di essi è comparabile a quello che avevamo provato, e che ritroveremo ancora più delizioso!

(Lettera CXXXIII, Valmont alla marchesa, p.378).

Il punto di forza del libro resta il registro che cambia a seconda dell’ autore delle lettere: pudico quando scrive Cécile, ingenuo per Danceny, elegante e audace lo stile di Valmont, arguto e a tratti strafottente quello della marchesa di Merteuil. La bravura di Laclos sta proprio nel suo essere stato in grado di calarsi in tanti personaggi diversi tra loro (a cui si aggiungono la presidentessa di Tourvel, la signora di Rosemonde e la signora di Volanges e personaggi assai minori): alla stessa maniera di un attore che indossa una maschera, Laclos muta continuamente, creando personaggi assolutamente verosimili per registro linguistico e per sfumature. La bravura di Laclos sta anche nelle citazioni colte, inserite qua e là per tutto il libro e che talvolta spiccano, come in questo caso:

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Per chi è a digiuno di letteratura antica, lo aiuto io. Potrei sbagliarmi, ma quello che vedo qui è una chiara citazione di Catullo, e in particolare dei carmi 85 e 5. Il primo, il celebre “odi et amo”, riprende in realtà un tòpoi noto da sempre all’uomo che scrive, ovvero il contrasto di sentimenti che si prova quando si ama (un frammento analogo lo aveva scritto già Anacreonte): di conseguenza, non so se si può parlare di citazionismo, ma la mia mente, leggendo quelle parole, si è buttata inevitabilmente su Catullo… e avevo voglia di dirvelo. Il carme 5 di Catullo potrebbe essere evocato da “mille altre ancora”: purtroppo al momento non ho modo di accedere al testo francese per accertarmi che “mille altre ancora” non sia un vezzo del traduttore, comunque mi piace pensare che Laclos, qui, abbia voluto giocare con quel “dammi mille baci” catulliano, lasciando sospeso ogni riferimento ai basia e “buttando là”, a mo’ di reminder, il deinde usque altera mille. [Qui e qui se volete rinferscarvi la memoria sui due carmi di Catullo].

Amore e odio, pace e guerra. Gli opposti si susseguono continuamente in quest’opera, e soprattutto la “guerra” (come categoria e non come atto in sé) diventa protagonista indiscussa, attraverso la marchesa di Merteuil: quest’ultima agisce con una lucidità che spiazza il lettore, facendolo scontrare con una donna che non è arrendevole e pura come Pamela o Clarissa (o Cécile), ma con l’emblema del libertinaggio:

Cominciavo ad annoiarmi dei miei piaceri rustici, troppo poco vari per la mia testa in ebollizione; provavo un bisogno di civetteria che mi riconciliò con l’amore; non per sentirlo, in verità, ma per ispirarlo e fingerlo.

(Lettera LXXXI, la marchesa di Merteuil a Valmont, p.217)

Quello che Laclos mette in scena è un dramma in cui si consuma il ‘gioco sconsiderato’ di due libertini ma, a mio avviso, non bisogna cadere nell’errore di considerare l’opera come una esaltazione del libertinaggio né, tantomeno, affibbiargli una qualche pretesa moralistica. Se è vero che ognuno ha ciò che si merita, è anche vero che la mancanza di evoluzione dei  personaggi si scontra con la serie di eventi scatenati dai due libertini, i quali a loro volta giocano tra di loro in una partita in cui è il distacco l’arma da usare: nessun coinvolgimento, agire come burattinai, mai lasciarsi coinvolgere emotivamente e sentimentalmente. La locuzione “giocare con i sentimenti” mai fu più adatta e, nonostante sia la marchesa che Valmont dimostrino un barlume di cedimento in due distinti frangenti (lui è coinvolto dalla presidentessa ma non lo vuole ammettere, lei risente di essere la seconda scelta di Danceny, il quale ama e amerà sempre e solo Cécile), entrambi sanno che non possono né devono mostrare nessun segno di resa, pena la scomunica in qualità di “libertino”.

L’intento di Laclos era evidentemente quello di sconvolgere, non tanto il lettore quanto la società dell’epoca, bigotta e salda a rigidi schemi morali. Ma io credo che ci sia anche dell’altro: forse l’intento di Laclos è più subdolo, con l’intenzione di mostrarci dei personaggi che non evolvono per tutto il libro, e che restano sempre  incastrati nelle loro posizioni, senza miglioramento alcuno. Come delle pedine che restano ferme al punto di partenza, ogni singolo personaggio creato da Laclos non subisce un miglioramento né, ovviamente, un peggioramento. Non c’è evoluzione per i suoi personaggi (come invece c’è per Pamela in Richardson) né de-evoluzione (Justine di De Sade): Cécile è ingenua e lo resta, senza diventare una libertina come invece auspica la marchesa di Merteuil; la marchesa resta ferma nelle sue posizioni fino a scontrarsi con Valmont e fino alla fine, mentre Valmont prova a migliorare, bisogna dargliene atto, ma alla fine torna sconsolato al punto iniziale. Chi esce accresciuto in esperienza dall’intera vicenda è Danceny: il motivo, secondo me, è puramente tradizionale, potendo trovare nella sua storia alcuni tratti che precorrono il bildungsroman e, perché no, lo stesso Wilhelm Meister.

Ciò che Laclos ci mostra è una serie di personaggi perfettamente caratterizzati ma che non evolvono: di conseguenza, non hanno nulla da invidiare ai personaggi e alle maschere della Commedia dell’Arte, emblemi dello stereo-tipo.

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