Cinema/Idols/Myths

Nymphomaniac. Sul serio pensavate fosse un porno?

hj

Chiunque abbia pensato che l’ultima fatica di Lars Von Trier fosse un porno, e purtroppo la maggior parte della critica italiana lo ha pensato, è rimasto deluso da Nymphomaniac vol.I, proiettato in anteprima al Festival del Cinema di Berlino. E ancora: chiunque abbia pensato che questo film fosse un porno probabilmente non ha mai visto i film di Lars Von Trier, o forse li ha visti ma non li ha capiti, perché chiunque abbia inteso lo stile del regista danese va al cinema ben consapevole di cosa andrà a guardare.

Per godersi un film di Von Trier bisogna partire da questo presupposto: Lars è un depresso e un fobico di vario genere quindi, da bravo artista, è portato ad indagare il dolore dell’animo umano e a tentare di rappresentarlo al meglio sullo schermo. Non a caso, una delle sue frasi più gettonate è “Gli artisti devono soffrire, il risultato è migliore“. Vuole far provare ad uno spettatore X, presumibilmente non depresso, cosa voglia dire combattere con quella che è una vera e propria malattia. Ecco il perché di film “dolorosi” quali Antichrist o Melancholia. Altro presupposto: Lars parla per mezzo delle sue eroine (Lei in Antichrist, Justine in Melancholia, Joe in Nymphomaniac): teniamolo a mente.

eroine

In Melancholia già il titolo era un programma: stando alla teoria umorale ippocratica, il corpo e la natura umana sono regolati dalla funzione di quattro liquidi, uno dei quali è la Melaina Cholé, ovvero il liquido nero che ci infonde una costante tristezza dalla quale sembra impossibile uscire. Se Victor Hugo definiva la melanconia come “la gioia di esser tristi“, Lars Von Trier ci mostra un’opera in cui tutto è pervaso dal “liquido nero”: la protagonista è melanconica, sua sorella è melanconica, la casa è pervasa da una malinconia che invade silenziosamente tutte le stanze, la musica-leitmotiv è melanconica (ovvero la splendida ouverture del Tristano e Isotta di Wagner).

Se in Melancholia la depressione raggiunge l’apice, con il racconto di un matrimonio e dell’imminente fine del mondo, in Nymphomaniac vol.I la depressione SEMBRA sparire e Lars sembra fare un passo indietro: interpretata dalla sua adorata Charlotte Gainsbourg e dall’esordiente Stacy Martin nella versione “young”, la protagonista ninfomane Joe non soffre. Non piange, non è depressa, se la gode in tutti i sensi. Passa da un uomo a un altro, continuamente e instancabilmente, e si diverte ad esercitare il suo fascino sugli uomini, a giocare con loro, seducendoli su un treno in una gara con l’amica B. In una vera e propria gara, chi porta in bagno più uomini vince un sacchetto di cioccolatini. Questo comportamento di Joe continua per tutto il film, ed è questo che probabilmente non ha convinto del tutto i critici, che hanno trovato la protagonista fredda e anonima nelle emozioni. Ecco il problema.

Il film è preceduto da un nero abbastanza lungo, di kubrickiana memoria, poi stacco sull’immagine fredda di mura esterne, bagnate, circondate da neve e a cui sono appesi attrezzi metallici arrugginiti. I cacofonici, fastidiosi rumori della pioggia che cade e del metallo che cigola sono interrotti da Führe Mich, pezzo metal della band tedesca Rammstein: “guidami”, cantano i Rammstein, e Joe, stesa a terra sanguinante, trova una vera e propria guida in Seligman, alias Stellan Skarsgaard, alias altro attore preferito di Von Trier.  Seligman la raccoglie e qui termina la prima scena, forse la migliore di tutto il film, di impatto teatrale grazie alle inquadrature, con Skarsgaard che si muove tra le mura come tra le quinte di un teatro (e qui il pensiero va inevitabilmente a Dogville). Joe inizia a raccontare la sua storia al suo salvatore, che diventa una digressione filosofica-non-troppo sul peccato originale, la pesca e il comportamente dei pesci, il libero arbitrio. Un minestrone che in sala ha strappato qualche sorriso. Si, Lars fa anche ridere.

Finita la scena iniziale iniziamo a scoprire la vita di Joe, che fin dalla più tenera età sa di essere una ninfomane. Assistiamo inerti al rapporto idilliaco con il padre, all’assenza della madre, al suo volontario sverginamento, richiesto da lei stessa ad un Shia LeBeouf credibilissimo nei panni di un adolescente (a discapito dei suoi 27 anni), ridiamo al suo prendere in giro gli uomini che, dopo un amplesso, sono lusingati, felici e soprattutto creduloni, al suo ammettere timidamente che quello era il suo primo orgasmo.

Tutto bello e divertente, le scene di sesso decisamente esplicite (ma quello si era già capito dai numerosi trailer e appetizer), Stacy Martin/giovane Joe che dal punto di vista recitativo non rapisce del tutto ma se la cava, è promossa. Qualcosa però manca. Manca la personalità dell’eroina, mancano le sue emozioni, manca il suo dolore espresso e manifesto, fino ad oggi una costante nei film di Lars Von Trier. L’unica eroina che soffre in Nymphomaniac vol.I è Uma Thurman, che in una breve performance dà il meglio di sé, moderna Medea (ancora Medea, Lars?) dall’isterismo lucido e controllato.

nymphomaniacuma

Joe sembra non soffrire per tutto il film fino a quando non muore il padre: lì iniziamo ad intravedere il lato umano e sofferente di quella che fino a poco prima è stata una vera e propria “macchina del sesso”, con la mente fredda e finalizzata ad un solo scopo. Il dolore di Joe emerge con forza solo nell’ultima battuta del film: dopo un amplesso con quello che si era convinta essere il suo vero amore, rivela che non sente niente, non prova niente. Con questa sola frase capiamo finalmente il senso del film: il personaggio Joe non mostra la sua personalità e le sue emozioni perché non ha né personalità né emozioni. E’ vuota dentro e sa di esserlo, e per riempire il vuoto interiore ricerca il godimento fisico, intenso ma effimero. Il sesso è l’unico modo per sentire qualcosa.

Riecco quindi l’eroina tragica di Von Trier: è tornata con una battuta, quella finale, ma è tornata. In questo sta un Lars Von Trier che supera sé stesso: se avesse mostrato fin da subito una Joe ninfomane e sofferente non sarebbe stata la stessa cosa, non sarebbe stato reale e veritiero nei confronti della ninfomania. La bravura di Von Trier in Nymphomaniac è stato il suo aver rischiato di perdere lo spettatore, avendolo portato molto lentamente alla scoperta finale e rivelatrice della vera Joe. A giudicare dalle critiche negative al film, molti spettatori li ha persi veramente per non recuperarli più. Neanche la musica, sempre raffinata e scelta con cura da Von Trier, li ha conquistati: né i Rammstein, né Händel, né Bach con la sua polifonia per organo che ha dato il nome al capitolo 5 del film.

Mi chiedo quanti sedicenti critici cinematografici italiani si siano accorti, tra i titoli di coda, del ringraziamento di Lars Von Trier ad Andreij Tarkovskij.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...