Books/Theater

“Casa di bambola”. Un po’ di cinismo non fa mai male

Ricordo che all’università il mio professore di Istituzioni di regia teatrale decantò “Casa di bambola” di Henrik Ibsen (1879) come una delle piéce teatrali memorabili, uniche nel loro genere. Ricordo anche che già al liceo l’insegnante di italiano parlò dell’opera di Ibsen come di un capolavoro in merito al ruolo della donna nella società. Per questi due motivi sono arrivata a 24 anni a leggere “Casa di bambola” e a restarne delusa. Non dall’opera in sé, mirabile certamente, ma dal personaggio di Nora, decantatami così tanto che ormai mi aspettavo una sorta di Rossella O’Hara in versione teatrale.

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Niente di tutto ciò. Lo vedo su una bancarella nell’edizione Tascabili Economici Newton (quelli vecchi, grigi, con sulla copertina la storica frase “100 pagine 1000 lire”, per intenderci), lo afferro con gioia e inizio a leggerlo subito dopo aver concluso “L’idiota”, di cui ho parlato nel mio precedente post. Da un idiota a un altro idiota, ovvero Nora.

Capitemi, nelle ultimissime pagine del libro per Nora scatta l’applauso. Il problema è che il suo personaggio all’inizio del libro è a tratti antipatico, dispotico e svampito. Anche il personaggio di Becky Sharp de “La fiera della vanità” è antipatico e dispotico ma in virtù di un fine che giustifica i mezzi. Nora invece si crogiola nell’illusione per cui tutto le è dovuto, solo per essere “la moglie di”. E ci illude, raccontandoci di come si fosse fatta in quattro per risparmiare durante i primi anni di matrimonio, quando il marito non aveva ancora una posizione salda e redditizia. E adesso che può finalmente godersi i soldi, passa le sue giornate a trangugiare dolci e caramelle e a fare un po’ di sano shopping.

(SPOILER) Poi il dramma: si ricorda di essersi fatta prestare del denaro e quando il marito perde la testa e minaccia di allontanarla lei rinsavisce, capendo che il marito non la ama veramente e decidendo di mollarlo.

Ok, con “Casa di bambola” Ibsen ha voluto denunciare la condizione della donna nel XIX secolo. Ha fatto benissimo. Ma quello che mi chiedo è se sia possibile che una donna capisca la mancanza d’amore solo quando è il compagno ad allontanarla, mai prima. Che esista una sorta di gene dell’orgoglio insito nel DNA di ogni donna che si attiva solo quando nell’uomo scatta il rifiuto? Perché non lo capiamo prima? Perché siamo così cieche da non renderci conto quando un uomo non ci ama più, e di conseguenza attivarci e fare il primo passo? E’ davvero così difficile lasciare un uomo? Di cosa abbiamo paura?

Ne consegue che Ibsen ha denunciato la condizione della donna non solo del XIX secolo ma della donna in generale. Una donna che, spesso, si illude di essere amata da un uomo quando invece è solo la sua “lodoletta”.

Non credo più a questi miti. Credo di essere anzitutto un essere umano, come lo sei tu… o che almeno devo sforzarmi di diventarlo. So che la maggioranza degli uomini ti darà ragione, e che anche nei libri dev’esserci scritto che hai ragione. Ma io non posso più ascoltare gli uomini, né badare a quello ch’è stampato nei libri. Ho bisogno di idee mie e di provare a vederci chiaro.

da Henrik Ibsen, Casa di bambola, atto terzo, Tascabili Economici Newton, p.89

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