Books/Historia

“Salammbô”: e la luna bussò da Flaubert

Oh, se tu sapessi quanto penso a te, in mezzo ai combattimenti! Talvolta, il ricordo di un gesto, di una piega della tua veste, mi coglie all’improvviso e mi stringe come un laccio! Vedo i tuoi occhi nelle fiamme delle falariche e sulla doratura degli scudi! Sento la tua voce nel fragore dei cimbali. Mi giro, ma tu non ci sei! E allora mi rituffo nella battaglia!

Mâtho a Salammbô, cap. XI, p.249, Giunti Editore

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Questo libro trasuda amore. Non solo l’amore del guerriero Mâtho per la sacerdotessa Salammbô. L’amore di Flaubert per la Storia, per i dettagli, per una narrazione meticolosa in cui non sono risparmiati i particolari più macabri. Sul campo di battaglia non si salva nessuno, né i guerrieri né gli schiavi né i cittadini di Cartagine né i cavalli. E’ una vera e propria mattanza il contesto in cui si muovono i protagonisti.

La vicenda nasce dalla rivolta dei soldati mercenari, provenienti da ogni parte d’Africa e d’Europa, al servizio di Cartagine durante la guerra con i Romani. Finita la guerra Cartagine non provvede al pagamento dei mercenari i quali, giustamente, si ribellano per ottenere il loro compenso. Tra loro spicca Mâtho, forte e valoroso, e l’ex schiavo Spendio, destinato a diventare un leader grazie all’acuta intelligenza. Dall’altro lato ci sono Amilcare Barca, uno dei governanti di Cartagine e grande condottiero, e sua figlia Salammbô, sacerdotessa della dea della Luna Tanit. Nonché la schiera di ricchi governanti di Cartagine.

Esotismo, Storia e divinità ancestrali sono il contesto nel quale si muovono i personaggi. Flaubert sembra essersi lasciato alle spalle la monotonia nella quale era immersa Emma Bovary (e lo scandalo nel quale era immerso lui in seguito alla pubblicazione del romanzo) per abbandonarsi su un triclinio, nella stanza di Salammbô, tra aromi speziati, vassoi colmi di frutta variopinta e un baldacchino decorato con le stoffe orientali più preziose. Poi Flaubert si allontana da Salammbo per addentrarsi nei vicoli di Cartagine, tra un bordello e una bettola, e infine infiltrarsi tra i mercenari accampati alla periferia della città, tra Libici, Numidi, Greci, Galli, Iberici.

Moderno Erodoto, ci lascia la testimonianza, frutto di un’accurata ricerca storiografica che origina da Polibio, di quella che era la vita quotidiana, usi e costumi tra le mura di Cartagine e fuori.

E’ questa la cosa straordinaria: è come se Flaubert abbia preso una macchina del tempo e, come un inviato di guerra dei nostri giorni, ci racconti qualcosa che sta succedendo davanti ai suoi occhi proprio adesso. E noi che leggiamo ci crediamo, talmente è veritiero il suo punto di vista, restando delusi nello scoprire su Internet che né Mâtho né Salammbô sono mai esistiti, mentre Amilcare Barca è esistito, eccome. Realtà storica e fantasia sono perfettamente mescolate.

Ma “Salammbô” non è solo questo.

Adrien Henri Tanoux, Salammbô, 1921, olio su tela.

Adrien Henri Tanoux, Salammbô, 1921, olio su tela.

Molto presente è la Luna come elemento esoterico e divinità, Tanit, di cui Salammbô è sacerdotessa e a cui è legata da un rapporto mistico. E’ un rapporto di comunione e simbiosi con la Luna, un legame con la divinità che rende Salammbô una papessa:

Un influsso era sceso dalla luna sulla vergine: quando l’astro era in fase calante, Salammbô si indeboliva. Languida per tutto il giorno, si rianimava la sera. Durante un’eclisse, per poco non era morta. […] L’idea di un dio non si distingueva nettamente dalla sua raffigurazione, e possedere o anche solo vedere il suo simulacro significava appropriarsi di una parte della sua virtù e, in qualche modo, dominarlo.

cit., pp. 70-71

Il “simulacro” è il velo sacro di Tanit, talismano di Cartagine a cui è legato il destino di Salammbô. Sarà proprio il velo la causa del primo approccio tra Mâtho e Salammbô, che Flaubert ci dipinge con un’immagine quasi teatrale per la sua forza. Mâtho è nella stanza di Salammbô, che dorme in un letto sovrastato da un altro velo, ovvero una sottile zanzariera: il guerriero non resiste e si avvicina alla fanciulla:

Mâtho, immobile, teneva col braccio teso la galea d’argento, ma la zanzariera s’incendiò all’improvviso dissolvendosi, e Salammbô si svegliò.

cit., p. 109

Il rapporto forte con la divinità è una prerogativa degli Antichi (vedi “Uscite dal mondo” di Elémire Zolla, ed.Adelphi), antropologicamente insito in loro, e Flaubert lo sa bene.

Piovve tutta la notte, a dirotto e a torrenti; il tuono rimbombava; era la voce di Moloch; aveva sconfitto Tanit, che, ora fecondata, dall’alto del cielo apriva il suo grande seno. Di tanto in tanto, in una schiarita luminosa, la si vedeva distesa su cuscini di nubi; poi le tenebre si richiudevano come se, ancora troppo stanca, volesse riaddormentarsi; i Cartaginesi, che credevano che l’acqua fosse generata dalla luna, gridavano per aiutarla nella sua fatica.

cit., p. 325

Ricordo che quando da adolescente lessi “Madame Bovary”, ancora oggi il mio libro preferito, rimasi stupita da come uno scrittore fosse riuscito a rendere così bene a parole la complessità dell’animo femminile. Quella moltitudine di pensieri, sensazioni ed emozioni, una vera e propria matassa in cui le stesse donne si perdono e che agli uomini risulta incomprensibile. Scandagliare l’animo umano è la dote dello scrittore ma Flaubert trascende la dote naturale, mostrandoci personaggi storici e di fantasia pronti a seguire gli istinti più forti, quelli primordiali, crudeli, non ancora snaturati dagli influssi protocristiani, quindi innocenti.

Flaubert continua il filone del desiderio costretto e represso dall’ipocrisia della società, ma questa volta lo fa senza la presenza della società moderna e si sbizzarisce, si diverte. Ecco, in una parola, Salammbô è un divertissement. Nonostante le scene truculente.

 

 

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