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“Cent’anni di solitudine”. Recensione non pervenuta

Benché certi uomini dalla parola facile si compiacessero di affermare che valeva ben la pensa sacrificare la vita per una notte d’amore con una donna così conturbante, la verità era che nessuno mosse un dito per cimentarvisi. […] sarebbe bastato un sentimento tanto primitivo e semplice come l’amore, ma quella fu l’unica cosa che non venne in mente a nessuno.

Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Márquez, ed.Mondadori, p.288

Impossibile resistere ai libri a poco prezzo, soprattutto quando i libri in questione sono classici. Ecco perché qualche mese fa, quando mi sono imbattuta in una delle mie librerie preferite di Roma e ho visto una montagnola di libri di Gabriel Garcia Márquez a 5 euro non ho resistito.

mondadori

Márquez a 5 euro. Se da un lato può sembrare uno svalutare questo grande autore (basti pensare che anche le “50 sfumature” sono finite a 5 euro, del tipo “tié, compralo, te lo regalo, basta che me lo levi dal magazzino”), dall’altro è invece un grande dono quello che ci fa la Mondadori. Perché mettere Márquez a 5 euro vuol dire sdoganare un autore che in genere mette un po’ paura ai lettori, agli esperti e a quelli che leggono per caso e di certo non si fanno allettare dalle millemila pagine di “Cent’anni di solitudine” o “L’amore ai tempi del colera”.

Il mio primo approccio a Márquez è avvenuto durante l’università: la mamma di una mia amica mi regalò “L’autunno del patriarca” e chi lo ha letto sa che non potevo avere approccio più traumatico. Frasi lunghe 4 o 5 righe, subordinate su subordinate, lo stratagemma è solo uno: seguire il flusso di parole che corre, arrivare al punto il più velocemente possibile. Poi è stata la volta di “Memoria delle mie puttane tristi” e infine di “Cent’anni di solitudine”.

“Cent’anni di solitudine” non era come me l’ero aspettato. Mi metteva paura. Ero pronta a frasi infinite e regressioni psicologiche. Invece no, è stato diverso. E’ stato il mio viaggio personale nel villaggio sperduto di Macondo, in Sudamerica, dove le persone vivono felici. Persi in una radura, lontani dal mondo e dai suoi preconcetti morali e religiosi, gli abitanti di Macondo non invecchiano e non muoiono, e se invecchiano e muoiono lo fanno molto lentamente. Il tempo è relativo a Macondo. Un paradiso felice dove regna beata la solitudine dal resto del mondo. Il clan fondatore del villaggio è la famiglia Buendía, composta da José Arcadio Buendía, dalla moglie Ursula e dai figli José Arcadio, Aureliano e Amaranta. Da qui inizia a diramarsi la stirpe le cui vicende costituiscono la trama del romanzo. A Macondo il tempo è relativo ma anche a Macondo arrivano le guerre, la chiesa, il perbenismo borghese. Il finale è inaspettato, unico, e lo rende un cosiddetto “romanzo circolare”. Le vicende di Macondo sono chiuse in loro stesse, non c’è possibilità di sviluppo. Un’opera chiusa, circolare e per questo vitale. E’ proprio il vitalismo ciò che rende quest’opera unica, un mix di magia ed evocazioni arcaiche in cui il sangue della famiglia Buendía sguazza, forte ed energico.

“Cent’anni di solitudine” è uno di quei libri impossibili da spiegare. Va solo letto, almeno una volta nella vita.

Vi allego l’albero genealogico dei Buendía: io adoro i libri in cui i personaggi sono millemila, ma ammetto che tra tanti Aureliani e José Arcadio ho avuto un po’ di difficoltà anche io.

buendia

 

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