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“Tropico del Cancro”. Sconclusionato quindi lirico

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Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo. Un anno, sei mesi fa, pensavo d’essere un artista. Ora non lo penso più, lo sono. Tutto quel che era letteratura mi è cascato di dosso. Non ci sono più libri da scrivere, grazie a Dio.

Henry Miller, Tropico del Cancro, p.13, Universale Economica Feltrinelli

Lo confesso. Non è stata (solo) la fama del titolo e dell’autore a farmelo comprare. Né l’ambientazione a Parigi né il fascino degli anni Trenta. La colpa è della minimalista, colorata, geniale grafica di copertina dell’edizione Feltrinelli firmata Olimpia Zagnoli.

Apparentemente sconclusionato come Bukowski, lirico come Hemingway. È questa la prima cosa che ho pensato all’inizio della lettura di “Tropico del Cancro”. Riflettendoci, però, sconclusionatezza e lirismo non sono due mondi così lontani, soprattutto nella letteratura americana. Una cosa non esclude l’altra. Il realismo di Bukowski, crudo e senza peli sulla lingua, è in realtà molto lirico e profondo, così come la capacità di Hemingway di trasportare il lettore dalla realtà verso la poesia della vita può essere molto sconclusionata, fine a sé stessa. Colline come elefanti bianchi.

La scrittura di Miller sembra una via di mezzo. Passa con disinvoltura dalla descrizione dettagliata delle sue avventure sessuali nella Parigi degli anni Trenta a voli pindarici degni di un poeta elegiaco. Questa è la sua peculiarità e il motivo per cui ho divorato il libro in pochi giorni.

Oh Tania, dove sono ora la tua fica calda, le tue giarrettiere unte, pesanti, le tue cosce morbide, piene? C’è l’osso, nei miei venti centimentri di cazzo. Henry Miller, Tropico del Cancro, p.16, Universale Economica Feltrinelli Dev’esserci un altro mondo, al di là di questa palude in cui tutto è buttato alla rinfusa. Difficile immaginare come possa esser fatto, questo paradiso di cui sognano gli uomini.

Henry Miller, Tropico del Cancro, p.129, Universale Economica Feltrinelli

Non c’è una trama definita. In “Tropico del Cancro” Miller racconta le sue vicissitudini parigine, le stesse di molti americani aspiranti-artisti-quindi-squattrinati: risse, notti con prostitute, mai abbastanza soldi per mangiare ma sempre tanti per l’alcol. Incontriamo i suoi amici, il pittore, lo scrittore, l’esteta, e le loro azioni sono così simili che finiamo per confonderci, spesso prevedendo quale sarà la loro prossima azione. Tra il rischio dello scolo e il rischio di finire incastrati nella gabbia del matrimonio scelgono lo scolo, tra il vivere la rilassata, artistica vita europea e il tornare in America, schiacciati dall’obbligo produttivo, scelgono Parigi.

Nel saggio introduttivo inserito nel volume Mario Praz parla di “carica vitale” di Miller. Non c’è locuzione che possa descriverlo meglio. C’è vita in Miller, c’è la spinta in avanti, l’esortazione a non rimuginare mai sui propri errori e sul proprio passato. Magari rimuginare sulla vita stessa, sul ruolo dell’artista, quello si. Ma nient’altro perché non ne sente il bisogno. Perché usare le parole per raccontare una trama fittizia quando la vita stessa è una trama pura e semplice, sostenuta dallo sfacelo della società?

Ho già comprato Tropico del Capricorno. Qualcosa mi dice che divorerò anche quello in pochi giorni.

tropico del cancro 2

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