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“La Garçonne”, alias “voglio fare la maschietta ma con amore”

 La Garçonne 1

“Quanto mi fai soffrire!” mormorò.

“Faresti meglio a rassegnarti, mamma. Dopo la guerra siamo diventate tutte un po’ maschiette!”

Victor Margueritte, La Garçonne, Sonzogno 2014, p.44

Da innamorata degli anni Venti, da coniugi Fitzgerald-dipendente (guarda il nome del blog), da amante dei film muti, di Marlene Dietrich e del periodo successivo alla Prima guerra mondiale, in libreria non ho potuto resistere davanti a La Garçonne, libro di Victor Margueritte del 1922, tornato sugli scaffali italiani grazie alla splendida iniziativa di Sonzogno con la collana Bittersweet, guidata da Irene Bignardi.

La collana ha lo scopo di ristampare libri al femminile recuperando i testi della prima metà del Novecento. Il primo volume stampato è proprio La Garçonne, libro passato alla storia per aver dato il nome al taglio alla garçonne, alla maschietta, diventato poi l’emblema delle flappers. Era l’epoca in cui le donne iniziavano a reclamare gli stessi diritti degli uomini e il modo migliore e più veloce per affermare la parità di genere era quello di tagliare i capelli, da sempre emblema di femminilità: prima degli anni Venti, infatti, le donne hanno sempre portato i capelli molto lunghi, li tagliavano raramente e comunque non erano mai più corti delle spalle. L’intento era dare quindi un taglio netto alla dipendenza dagli uomini partendo da un taglio netto della capigliatura.

 La Garçonne 3

Quando La Garçonne uscì nel 1922 fu un vero caso editoriale, vendendo solo in Francia 750 mila copie. Ma fu anche uno scandalo: l’autore Victor Margueritte, infatti, si vide ritirata la Légion d’honneur per i temi trattati e per l’indipendenza di cui Monique, la protagonista del suo romanzo, si appropria. Un’indipendenza morale, economica, sociale e sessuale. Troppe indipendenze per una donna già oggi, figuriamoci per l’epoca.

La Garçonne è un vero e proprio romanzo di formazione. All’inizio troviamo Monique quasi adolescente, leggiamo della sua infanzia, conosciamo i suoi sogni di bambina, sogni che si stanno per avverare perché promessa a un principe azzurro. Di lì a poco Monique potrà avere ciò che ha sempre desiderato: il matrimonio, una bella casa, una famiglia di cui occuparsi, un marito amorevole. Mancano solo gli uccellini che cinguettano alla finestra e un giardino illuminato dal sole anche in pieno inverno per avere il quadro perfetto.

Peccato che nella realtà il sole si alterna alla pioggia e i sogni svaniscono come tutte le illusioni. La piccola Monique diventa grande quando scopre che il principe azzurro è un farfallone e che la promessa di matrimonio non è fondata sull’amore reciproco bensì su un contratto tra lui e suo padre.

Le regole e le convenzioni sociali dell’epoca impongono di “ingoiare il rospo”: Monique dovrebbe fregarsene e sposarlo lo stesso perché bisognosa di protezione, perché in qualità di donna è legittimata solo dal matrimonio. Chissà quante donne all’epoca hanno davvero agito così.

Ma Monique non ci sta: lei è colta, ha studiato i grandi maestri del pensiero e ha sviluppato un concetto di libertà molto forte. Ecco perché, non senza perdite e difficoltà, riesce a costruirsi una vita indipendente dalle regole sociali, morali e familiari, si costruisce una carriera come decoratrice (era l’epoca dell’art deco, non a caso), è sentimentalmente e sessualmente libera.

Monique non sentiva alcuna vergogna, alcun rimorso. Compiva un atto logico, un atto giusto. Non provava né attrazione né ripugnanza. Quel compagno di un’ora non le aveva promesso nulla. Non mentiva. Doveva essere un viaggiatore di passaggio o un ufficiale in licenza. Un anonimo messaggero del destino.

p.76-77

Ma come insegna Houellebecq la libertà può far stare male. Quando hai tutta la libertà del mondo la solitudine e la noia sono dietro l’angolo. Ecco perché nel corso del romanzo, mentre assistiamo all’evoluzione sociale ed esterna di Monique, assistiamo alla sua contemporanea involuzione interna: vuole qualcosa di più. Perché se si trae piacere dagli incontri fugaci che sono intimi, è anche vero che in realtà non comportano una vera intimità, data invece dal rapporto complice che si può avere con l’altro. Come tutte le persone libere Monique è alla ricerca di questo altro. E noi con lei.

Non spoilero il finale ma lo suggerisco: è ciò che prima o poi cerchiamo e vogliamo tutti.

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