Cinema

“Carol” e il senso di appartenenza

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La delicatezza dei toni, delle scene, dei gesti delle protagoniste. E’ questo ciò che resta impresso dopo la visione dell’ultimo lavoro di Todd Haynes. Uscita dal cinema non potevo fare a meno di pensare che, ancora una volta, il lavoro di Haynes esalta la femminilità pura e spontanea, un universo fatto di sorrisi accennati, gote rosse, i capelli che si attorcigliano attorno alle dita. La donna di Haynes è placida, calma, ma sempre in grado di maturare e reagire alle sfide a cui la vita ci sottopone.

“Carol” racconta la storia di Therese (Rooney Mara), giovane e insicura commessa in un grande magazzino e del suo incontro con una donna bella, elegante, sicura di sé, prigioniera del matrimonio: Carol (Cate Blanchett). Fin dall’inizio del film lo spettatore sa cosa accadrà: le due intrecceranno una relazione che, nel perbenismo degli anni Cinquanta, non potrà che avere risvolti difficili.

La musica di Carter Burwell ci accompagna nella visione del film, le cui scene rivelano tutto l’amore del regista per due cose: la simmetria e i film hollywoodiani degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, quelli delle grandi dive. Il personaggio di Carol stesso ha le movenze, il portamento, il guardaroba di una diva: esercita un grande fascino sullo spettatore ma soprattutto su Therese, che ne è attratta dal primo sguardo. La camera indugia sulle mani, sui gesti, sugli sguardi, rivelandoci l’attrazione ancora indefinita della commessa per la donna.

L’occhio del regista non cattura subito la tensione sessuale tra le due donne ma lascia spazio all’incontro di due anime sole. Carol e Therese provano da subito attrazione reciproca ma il loro rapporto non nasce da quello, bensì dall’esigenza di parlare, stare insieme, farsi compagnia.

Ci sono persone, indipendentemente dal sesso e dall’età, che ci attraggono a prima vista. Sono persone in cui ci riconosciamo pur non conoscendole. Poi, dopo averle conosciute, ci accorgiamo che il nostro istinto non ha sbagliato: vorremmo passare tutto il tempo del mondo a parlare con loro, oppure stare in silenzio, perché con queste persone non sentiamo il bisogno di parlare. Basta stare insieme, godere della presenza reciproca.

E’ questo che accade a Carol e Therese. Le due donne devono passare del tempo insieme, guardarsi: stare insieme diventa l’unico modo per potersi allontanare dai problemi della vita quotidiana. Non è mera attrazione ma un bisogno radicato in profondità. Un bisogno che diventa prima appartenenza e poi, alla fine, completezza.

Nel film un ruolo fondamentale lo gioca la recitazione della Blanchett: la sua Carol ammalia gli altri ma nel suo sguardo passa la fragilità tipica delle persone che indossano una maschera. La bravura di un attore sta nel raccontare una storia attraverso gli sguardi e la Blanchett ci riesce con disinvoltura. Rooney Mara strappa la sufficienza ma non entusiasma: per usare una frase abusata dagli insegnanti, l’attrice ha le potenzialità ma non si applica.

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9 thoughts on ““Carol” e il senso di appartenenza

  1. Anche io ho trovato la Mara sufficiente, e non capisco come possa essere tra le candiate per i prossimi Golden Globe, quando meritava di più Carey Mullingan in Suffragette…questi americani ne capiscono poco di cinema!

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      • Io l’ho visto (ho fatto anche una recensione) e ti posso dire che è stata davvero straordinaria…il suo miglior film (comunque lo sai che in nomination sia per The Danish Gril che per Ex Machina? Davvero tanta roba 😎

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      • Si ho letto! E tu sai che sta con Michael Fassbender (anche se circolano voci di crisi)? Il suo gusto in fatto di uomini me la rende ancora più simpatica 🙂

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      • Ma è anche cosa nota che esiste la tinta, quindi può tingerti i capelli e far follie ahahaha 😂, adesso parliamo un po di donne, ma quanto è bella Marion Cotillard? Dovremmo andare al cinema insieme a vedere “Macbeth” così tu sbavi per Fassbender e io per Cotillard Ahahahah 😂

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