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“Neuromante” di William Gibson

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C’è sempre un punto in cui il terrorista cessa di manipolare la Gestalt dei media. Un punto oltre il quale la violenza potrebbe benissimo aumentare, ma oltre il quale il terrorista è diventato sintomatico della stessa Gestalt dei media. Il terrorismo, come solitamente lo concepiamo noi, è correlato ai media in modo congenito.

William Gibson, “Neuromante”,  Mondadori, p.60

Pubblicato nel 1984, questo libro è il manifesto della cultura cyberpunk, una corrente artistica che mette insieme il desiderio di ribellione sociale, tipico della cultura punk, e la riflessione sullo sviluppo dell’Information Technology nella società contemporanea.

Premessa: è un libro molto difficile. La scrittura fin troppo descrittiva di Gibson è frenata dall’utilizzo sconsiderato di tecnicismi informatici. Immaginate di dover descrivere scena per scena, fotogramma per fotogramma, in tutte le sue sfaccettature di luci e suoni, Blade Runner. Su Wikipedia, all’interno della voce “Neuromante”, c’è persino un glossario!

Il libro racconta la vicenda di Case, un hacker che viene ricattato da una multinazionale per compiere una missione, missione che non è chiara fin dall’inizio e, almeno a me, è rimasta oscura fino alla fine. La storia vede l’apparizione di diversi personaggi, da illusionisti creatori di ologrammi a intelligenze artificiali “umanizzate”, e si svolge tra il Giappone, gli Stati Uniti e Istanbul. Grande protagonista è il cyberspazio, dove avviene gran parte della vicenda.

Leggendone la sovrastruttura emerge quella che è la peculiarità più interessante del libro: la coesistenza di due realtà, la realtà fisica e quella intangibile ma altrettanto reale del cyberspazio. Queste due realtà sono due binari paralleli: esistono ma non si compenetrano.

William Gibson, quindi, non ha fatto altro che scrivere un romanzo che cela, forse, quello che è il suo pensiero sul mondo della rete: non possiamo cambiare le cose nella nostra realtà, ma nel cyberspazio tutto è possibile. Nella rete può accadere di tutto, persino nascere delle rivoluzioni, e la storia gli ha dato ragione.

Aveva operato in un trip quasi permanente di adrenalina, un effetto collaterale della giovinezza e dell’efficienza, collegato a un deck da cyberspazio su misura che proiettava la sua coscienza disincarnata in un’allucinazione consensuale: la matrice.

p. 7

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