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“Vicolo Cannery” di John Steinbeck

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La parola è un simbolo e un piacere che succhia uomini e scene, alberi, piante, fabbriche e cani pechinesi. Allora la Cosa diventa la Parola e poi ritorna la Cosa, ma ordita e intessuta sino a formare un fantastico disegno. La Parola succhia il Vicolo Cannery, lo digerisce e lo espelle, e il Vicolo ha assunto lo scintillío del verde mondo e dei mari che riflettono il cielo.

Vicolo Cannery, John Steinbeck, 1955, Bompiani, p.19

Cercare i libri in una bancarella piena di volumi è un’impresa ardua. Ci sono tanti libri, molti interessanti, molti che hai sempre voluto ma che non acquisterai in quel momento perché no, non è quella l’edizione che ti interessa.

Poi saltano all’occhio libri dai titoli sconosciuti ma dall’autore ben noto. E’ il caso di “Vicolo Cannery” di John Steinbeck, che si è manifestato a me sulla bancarella celebre e probabilmente eterna di Piazzale Flaminio, a Roma.

Una copertina color carta da zucchero, l’editore Bompiani che troneggia in basso, le pagine che profumano di antico. La data di edizione indica il 1955, mio padre non era ancora nato e io ero solo un’idea che vagava nell’iperuranio. Ci sono voluti 61 anni ma alla fine questo libro è arrivato, l’ho letto, me ne sono innamorata.

Mi sono innamorata della chiarezza della scrittura di Steinbeck, tipica degli autori americani, e della semplicità di Mack, del Dottore e di tutta la popolazione che anima il Vicolo Cannery.

Il Dottore disse: “Guardateli. Ecco i veri filosofi. Credo”, continuò, “che Mack e i ragazzi sappiano tutto quello che è accaduto a questo mondo, e forse anche quello che accadrà. Credo che sopravvivano in questo nostro mondo meglio dell’altra gente. In un’età in cui la gente si logora per ambizione, per nervosismo, per avidità, loro riposano. Tutti i cosiddetti uomini che hanno successo sono malati, con lo stomaco e l’anima malandati, ma Mack e i ragazzi sono sani e stranamente puri. Possono fare quello che vogliono. Possono soddisfare i loro appetiti senza dare ad essi un altro nome.

p. 161-162

In breve, non c’è una trama classica. Proprio come Tom Sawyer, il libro racconta le piccole avventure di personaggi che si barcamenano per andare avanti: se l’orfano di Twain è un inno alla vita vista con gli occhi di un bambino, lontana da ansie, preoccupazioni e monotonia quotidiana, i personaggi del Vicolo Cannery vanno avanti grazie a espedienti talvolta poco leciti ma mai cattivi. Ad assistere al loro piccolo, caotico mondo, c’è la figura del Dottore, un uomo placido e dotto, rassegnato alla vitalità talvolta estrema del Vicolo:

 L’edizione più recente è ancora una volta Bompiani. Se nella vostra lista dei regali di Natale manca ancora qualcosa, questo non potete farvelo scappare: chiunque lo riceva, vi garantisco che apprezzerà.

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