Cinema

Ecco perché “La La Land” è così bello

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Da quando “La La Land” ha esordito a Venezia lo scorso anno, tra i cinefili è stato un crescendo di commenti, interrogativi e analisi: è davvero un film così bello? Ma il musical come genere cinematografico non era morto? Come può una trama banale ottenere un vasto, unanime consenso di critica?

L’ultimo interrogativo è stato quello che mi ha tormentato di più ed è uno dei due motivi che mi hanno spinto ad andarlo a vedere senza esitazioni. L’altro motivo è la mia adorazione per Emma Stone, che andrei a vedere anche se recitasse in un film di Massimo Boldi.

Nota Bene: quella che segue non vuole essere una recensione, bensì un tentativo di analisi di un film che, ne sono certa, verrà studiato nelle future scuole di cinema.

Per capire il successo di “La La Land” bisogna iniziare dalla trama: lei è una cameriera e aspirante attrice, lui è un musicista jazz che sogna di aprire un locale tutto suo e ridare giustizia a un genere musicale ormai in declino. Si innamorano e cercano di far fronte insieme agli ostacoli che incontrano sulla strada per il successo. Sfondo e cornice della storia è Los Angeles, la città dei sogni per antonomasia.

Come può una trama così semplice, trita e ritrita, sconvolgere così tanto? Partiamo dal titolo. “La La Land” è una locuzione che in inglese indica due cose:

  • the mental state of someone who is not aware of what is really happening,

  • La-La Land —used as a nickname for Los Angeles, California.

“La La Land” è quindi testa tra le nuvole, fantasia, sogno, rapimento, annullamento del senso della realtà, tutte caratteristiche proprie dei sognatori e, soprattutto, del cinema.

In sociologia vige la teoria della cosiddetta “sospensione dell’incredulità”: in parole povere, dal momento in cui iniziamo a vedere un film o a leggere un libro iniziamo a credere a ciò che guardiamo o leggiamo. Dalle tormentate storie d’amore agli alieni che sbarcano sulla terra, dalle vicende ambientate in epoche passate ai supereroi volanti, arriviamo a credere a tutto ciò che guardiamo e leggiamo perché la nostra incredulità e il nostro senso della realtà vigente vengono da noi volontariamente sospesi, in virtù della consapevolezza che stiamo guardando una messinscena.

Con “La La Land” sospendiamo l’incredulità ma andiamo anche oltre: facciamo nostra una trama che in realtà nostra lo è già perché racconta dei sogni, quelli che tutti hanno e/o hanno avuto. Non solo: il film rivela una verità anche questa già conosciuta, ovvero che i sogni possono essere raggiunti ma a costo di rinunciare a qualcosa. Quando un film non rivela niente ma riesce comunque a sconvolgere, vuol dire che ha agito a livello inconscio. E per agire a livello inconscio deve essere tecnicamente studiato e sapientemente costruito.

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E’ proprio l’effetto che la struttura del film produce sullo spettatore a renderlo unico e speciale. Damien Chazelle, regista tre volte candidato all’Oscar che ha raggiunto il successo internazionale grazie al gioiellino “Whiplash” (2014), ha partorito un’opera geniale che trova nel modo in cui è costruito il motivo di tanta bellezza. Con una prima parte volutamente molto lenta rispetto alla seconda, Chazelle dà agli spettatori il tempo di affezionarsi ai protagonisti e alla storia, agevolando il processo di immedesimazione che si verifica – a volte intensamente, a volte meno – ogni volta che vediamo un film.

Quindi, per fare in modo che il pubblico in sala uscisse piacevolmente sconvolto, Chazelle ha studiato tutto nei minimi dettagli. L’unione di musica jazz, la palette di colori e la luce della fotografia, il tip tap che non piace a nessuno ma che tutti fa sorridere sono strumenti perfettamente bilanciati tra loro. Al pari di un alchimista, Chazelle soppesa questi ingredienti, li maneggia con moderazione e li mescola, arrivando a realizzare la pietra filosofale del cinema: qualcosa che resta. Non un bel film ma qualcosa di meglio: un’esperienza. Un’esperienza che fa leva sui sogni e sulla fantasia attraverso la tecnica cinematografica.

Quando sono uscita dal cinema non capivo più nulla. Ho acceso una sigaretta e ho provato a pensare analiticamente a ciò che avevo appena vissuto. Ma con la mente ero ancora a Los Angeles e nelle mie orecchie risuonava una malinconica melodia jazz suonata al pianoforte. Questo film ti entra dentro e non ne esce più perché tecnicamente perfetto. Ecco spiegato il segreto del suo successo.

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