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“Lamento di Portnoy” di Philip Roth: un’analisi del senso di colpa

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“Di colpo mi torna in mente come mia madre mi insegnava a pisciare stando in piedi! Ascolti, magari si tratta proprio dell’informazione che stavamo aspettando, la chiave per comprendere cosa abbia forgiato il mio carattere, la ragione per cui vivo in questa condizione, travolto dai desideri che ripugnano alla mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri.”

p.106

“Lamento di Portnoy” di Philip Roth è il quarto libro dello scrittore americano e contiene già in sé i tratti distintivi di quello che poi sarà uno stile di scrittura sempre più definito e caratterizzato da temi ricorrenti.

Il libro è il racconto in prima persona che Alex Portnoy, affermato ebreo del New Jersey, fa della propria vita, delle proprie manie e delle proprie ansie al terapeuta che, a breve, lo analizzerà. Portnoy fa una descrizione lucida e dettagliata a livello psicanalitico della propria vita mettendo in mezzo di tutto, dal complesso di Edipo al rapporto con una madre invasiva, dalla rigida educazione ebraica ricevuta e i relativi obblighi morali, fino al senso di colpa per la propria ninfomania.

“Tutti gli errori sono dei genitori, vero Alex? Le cose negative sono colpa loro, quelle positive sono merito tuo! Ignorante! Senzacuore! Perché sei incatenato a un cesso? Te lo dico io: legge del contrappasso. Così ti potrai menare il bigolo fino alla fine dei tempi! Spugnettarti il tuo prezioso pistolino ad infinitum! Avanti, masturbati, Commissario, che è poi l’unica cosa a cui ti sei donato anima e corpo: il tuo fetente uccello!”

p.163

Sullo sfondo di tutto c’è la cultura ebraica, vissuta dal protagonista come un dovere, un senso di colpa e, soprattutto, un senso di inadeguatezza:

“Ecco come vanno le cose nella Diaspora, santarellini, ecco come vanno le cose in esilio! Tentazione e disgrazia! Corruzione e autoirrisione! Autodeprecazione… e pure autodefecazione! Lamentazione, isterismo, compromesso, confusione, malattia! Sì, Naomi, sono sudicio, oh, sono impuro… e anche lievemente scazzato, cara mia, di non essere mai all’altezza per Il Popolo Eletto!”

p.212

In definitiva, il libro non è che un racconto delirante di sé e viene spesso da chiedersi, durante la lettura, quanto abbia messo di sé Philip Roth nel personaggio creato. La scrittura cruda, i temi crudi e la crudezza d’animo di Portnoy contribuiscono a rendere questo libro reale, quasi fisico. Un vero e proprio schiaffo in faccia.

Consigliato!

 

 

 

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One thought on ““Lamento di Portnoy” di Philip Roth: un’analisi del senso di colpa

  1. Pingback: “Professore di desiderio” di Philip Roth | Like Zelda

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