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“Professore di desiderio” di Philip Roth

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“…Sono pronto a credere che i motivi della tristezza siano interni a me, riguardino me stesso: per come io non sono mai riuscito a essere come gli altri mi vogliono; per come non sono mai riuscito a soddisfare, veramente, nessuno, compreso me stesso; per come, nonostante i miei sforzi, non sono mai riuscito a essere né una cosa né l’altra; e magari non ci riuscirò mai…”

Philip Roth, Professore di desiderio, p.205

Continua il mio bellissimo viaggio alla scoperta della narrativa di Philip Roth. Dopo “Pastorale americana” e “Lamento di Portnoy”, la terza tappa è stato il libro considerato il seguito ideale di “Lamento di Portnoy”. I nomi sono diversi, eppure il protagonista è sempre lui, il professore di letteratura che affronta la sua erotomania combattuto tra il desiderio, la curiosità e la rigida moralità ebraica della sua famiglia.

I libri di Roth sono tutti così, almeno fino a ora: l’eterno essere in bilico tra gli impulsi e la moralità, tra la sete di conoscenza e le regole imposte dalla società borghese, il tutto con Newark e il New Jersey che fanno da sfondo, la frenesia di New York a due passi.

Professore di desiderio racconta la vicenda di David Kepesh, professore universitario che si imbatte in (dis)avventura erotiche che hanno sempre un forte impatto sulla sua vita: se le esperienze di giovane studente americano in Europa gli fanno scoprire l’amore ma gli lasciano l’amaro in bocca, il matrimonio con una donna di mondo (nel vero senso della parola) lo porterà a scoprire il lato talvolta amaro della passione, quello che ti costringe a lasciar andare una persona verso la quale si continua a provare un immenso desiderio.

Superfluo un qualsiasi accenno sulla scrittura: confrontandomi online ho scoperto che lo stile di Philip Roth o piace oppure non piace. Eppure a me viene così naturale perdermi nella sua deliziosa crudezza. Ecco come descrive il particolare talento di Herbie Bratasky, dipendente dell’hotel di famiglia all’epoca in cui David era un bambino:

“E risulta che non solo riesce a simulare una gamma vastissima di rumori culari – dalla loffa più tenue alla salva di ventun cannoni – ma sa anche “fare diarrea”. Mica una cacarella semplice, si affretta a precisare – quella è roba che, al liceo, già ci riusciva – no; una vera sinfonia wagneriana fecale.”

p.11

Voi che ne pensate di questo scrittore?

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