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“Ho sposato un comunista” di Philip Roth

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Ti sei fatto distrarre dalla minaccia sbagliata. La minaccia, per te, non è il capitalismo imperialista. La minaccia, per te, non sono i tuoi atti pubblici. La minaccia, per te, è la tua vita privata. È sempre stato così e sarà sempre così.

Philip Roth, Ho sposato un comunista, p. 96

La mia love story con Philip Roth continua. Sono innamorata della sua scrittura, dei suoi tormenti, dei drammi dei suoi personaggi e di quel senso di colpa che aleggia sempre sulle sue trame.

In questo libro, Roth racconta la vicenda di Iron Rinn, ex soldato americano e comunista che, casualmente, diventa celebre come attore radiofonico. Il suo matrimonio con Eve Frame, ex diva del cinema muto, è il punto focale attorno a cui ruota la vicenda, mentre i caratteri forti di entrambi e le differenti estrazioni sociali sono il motore dell’azione. Eve è devota in maniera quasi infantile nei confronti della figlia Sylphid, mentre Iron deve fare i conti con la snobistica società artistica di New York. Tutto ciò accade sotto gli occhi del fratello, professore di liceo, e di un suo studente, Zuckerman, giovane amico di Iron che ne subisce il fascino e da cui viene politicamente influenzato. Attraverso gli occhi di Zuckerman e il racconto del fratello vediamo lo svolgersi della vicenda, la cui unica grande protagonista è sempre lei, l’America e le sue contraddizioni.

Il libro è universalmente considerato un grande racconto degli Stati Uniti all’epoca della “caccia alle streghe” e del maccartismo, ma per me non è solo questo. C’è un filone secondario, quasi nascosto, messo lì, tra uno sfogo di Iron e l’altro: il rapporto tra l’arte e la politica.

Nella storia dell’arte la politica ha sempre avuto un ruolo dominante: il concetto di arte per l’arte non ha mai soddisfatto tutti gli artisti, e ci sono stati quelli che attraverso l’arte hanno (fortunatamente!) tentato di smuovere le coscienze, far riflettere, indurre alla critica nei confronti di un qualsiasi ordine prestabilito. In diversi passaggi del libro, Roth rifiuta questo concetto e crea quasi un vero e proprio manifesto contro il legame tra arte e politica:

– L’arte come presa di posizione, della posizione giusta, su ogni cosa? L’arte come campione del bene? Chi le ha insegnato tutto questo? Chi le ha insegnato che l’arte è solo una serie di slogan? Chi le ha insegnato che l’arte è al servizio del popolo? L’arte è al servizio dell’arte: altrimenti non esiste arte degna dell’attenzione di chicchessia, Per quale motivo si fa della letteratura seria, signor Zuckerman? Il motivo per fare della letteratura seria è fare della letteratura seria. Lei vuole ribellarsi alla società? Le dirò io come si fa: scriva bene. Vuole abbracciare una causa persa? Allora non si batta per la classe lavoratrice. Se la caveranno benissimo senza di lei.

p. 237

La cosa bella di questo manifesto nascosto in varie pagine del libro è che lo scopriamo attraverso Zuckerman in qualità di studente: il romanzo, in certi tratti, assume quindi l’aspetto di un bildungsroman. Zuckerman, influenzato dalla frequentazione, dal carisma e dalla carica comunista di Iron Rinn, inizia a professarsi comunista: sarà l’istruzione universitaria a ripulirlo e a insegnargli a pensare con la sua testa. Il regalo più bello che l’università possa fare a qualsiasi persona, più del titolo di studio, più della promessa di un lavoro.

In definitiva, “Ho sposato un comunista” è un inno contro l’ostinazione e la chiusura mentale propria di alcuni individui e comune a tutti i personaggi del libro: Iron Rinn è ciecamente comunista e non ammette il dubbio nella sua vita, Eve è antisemita pur avendo sposato un ebreo, Sylphid è ostinatamente arrabbiata con il mondo. Ogni personaggio, tranne Zuckerman e il fratello di Iron, è ancorato alle sue idee e per questo motivo ognuno di loro ne pagherà le dovute conseguenze.

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