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“Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino” e la volontà

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Non sapevo più perché avevo paura di morire. Di morire da sola. I bucomani muoiono da soli. La maggior parte in un cesso puzzolente. Ed io volevo morire. In realtà non aspettavo niente altro che quello. Non sapevo perché ero al mondo. Anche prima non lo avevo mai saputo con esattezza.

p. 208

La cosa più sconcertante di “Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino” è la sincerità di Christiane F., non solo con il lettore ma con se stessa.

Quando, neanche adolescente, Christiane cade nella spirale della droga, lo fa nella piena consapevolezza di stare sbagliando. Racconta lo squallore, il degrado, la disillusione dei giovani berlinesi di periferia, la noia di chi non si aspetta nulla di emozionante dalla vita, se non uno spinello o una “pera”.

È la vittoria del corpo sulla mente. Christiane sa che è sbagliato. sa che la dipendenza dall’eroina uccide, sa che è una dipendenza che toglie tutto, dal denaro alla voglia di vivere, eppure tutte le volte che decide di disintossicarsi l’astinenza è più forte. Il corpo annienta la mente e la volontà.

Perché se potesse scegliere Christiane non si farebbe. Nei suoi timidi sogni per il futuro l’eroina è la grande assente:

Non avevo progetti, ma solo sogni. Volentieri parlavo con Detlef di come sarebbe stato se avessimo avuto molti soldi. Ci volevamo comprare una grande casa, una grande automobile e i mobili più belli. Solo una cosa non compariva mai nel nostro fantasticare: l’eroina.

p. 105

Christiane tenta più volte di disintossicarsi ma non ci riesce. Sarà un atto di forza finale della madre a segnare un punto di svolta nella sua vita, laddove le strutture statali di supporto ai tossicodipendenti hanno fallito.

Questo libro è uno spaccato della Berlino del muro, in cui più ci si allontana dal centro e maggiore è il degrado, con uno Stato assente e poca attenzione nei confronti di un’intera generazione cresciuta con il mito dell’Occidente e obbligata a fare i conti con le ristrettezze economiche e un contesto urbano piatto e disinteressato.

Sul film non c’è nulla da dire, perché non regge il confronto con il libro. L’unica nota positiva? Il cameo di David Bowie.

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