Books/Idols

“La campana di vetro” di Sylvia Plath

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Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.

p. 153

È il primo romanzo di Sylvia Plath che leggo. Sarà anche l’ultimo, perché purtroppo la Plath non ne ha scritto altri, ma ha preferito consumare la sua breve vita a scrivere poesie eternamente belle.

“La campana di vetro” è un libro semi-autobiografico che racconta la vicenda di Esther Greenwood, una ventenne che realizza il sogno di qualsiasi aspirante scrittrice: uno stage in una rivista di moda a Manhattan.

Ma Esther è diversa dalle sue compagne, che si godono la vita mondana fatta di sfilate di moda, party esclusivi e abiti all’ultimo grido. Prova a fare le esperienze di una ventenne, dai flirt con i ragazzi alle sbronze, ma il risultato non è mai soddisfacente come quello delle sue amiche: i flirt si risolvono nel nulla, proprio come le sbronze. Come se fosse distaccata dagli altri e dal mondo che la circonda.

Nonostante una propensione al lavoro editoriale e una mente brillante, Esther inizia a spegnersi, entra in depressione e perde la motivazione.

Incominciai a interrogarmi sul perché non riuscivo più a fare il mio dovere con l’entusiasmo di prima. Questo mi fece venire una grande tristezza e stanchezza. Poi mi domandai perché non riuscivo a fare con entusiasmo cose trasgressive, come Doreen, e mi sentii ancora più triste e stanca.

p. 27

Inizia la caduta. Esther tenta il suicidio e inizia a entrare e uscire dalle cliniche psichiatriche. Riuscirà a trovare una nuova motivazione?

Questo libro entra di diritto nella mia top 10 perché non solo ben scritto, ma è anche un libro che in parte racconta un pezzo di me, quello della ragazza lontana dai suoi coetanei, con la testa sempre rivolta troppo al futuro e poco al presente, che non è brava a cogliere l’attimo ma si concentra sempre, forse troppo, su ciò che vuole, su ciò che accadrà.

In parte ho ucciso quella ragazza e a volte confesso che mi manca. “La campana di vetro” mi ha aiutato a ritrovarla e a darmi la voglia di provare a disseppellirla da quello strato a volte letale di quotidianità e raziocinio. Esther, torna da me.

 

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