Books/Serie TV

“Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

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Nolite te bastardes carborundorum.

Frase chiave tratta dal libro “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (1986)

Lo ammetto: ho scoperto questo libro solo dopo aver visto e divorato la serie tv che ne hanno tratto, The Handmaid’s Tale, prodotta da Hulu, con protagoniste le bravissime Elisabeth Moss e Alexis Bledel.

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La vicenda è ambientata in un futuro non così lontano: un gruppo di cristiani integralisti prende il controllo della società, dilaniata da un calo di natalità in grado di mettere a repentaglio il futuro della razza umana. Le poche donne che sono state in grado di procreare diventano quindi un bene prezioso e costrette a diventare “ancelle”, ovvero delle vere e proprie cavalle da monta al servizio delle ricche famiglie che hanno preso il potere nel regime che si è appena instaurato. Tutte le altre sono mandate ai lavori forzati presso le “colonie”, ovvero territori ad alto tasso di radioattività, oppure ridotte a essere colf e cameriere in casa dei ricchi governanti.

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Tutto ciò che è conoscenza viene bandito: i giornali e i libri sono proibiti se non distrutti, i medici abortisti sono uccisi, chiunque provi a fuggire o a contrastare il regime è ucciso.

Il libro segue quindi la storia di Difred, una donna diventata ancella al servizio di un ricco generale Fred e di sua moglie: esemplificativo è il fatto che il suo vero nome sia June e non Difred, patronimico che le è stato affibbiato (nella versione originale, infatti, è Offred). Il nome può sembrare un dettaglio secondario, ma come ci fa capire lei stessa in realtà tutto ha inizio proprio da lì:

Mi dico che non è importante, un nome è come un numero di telefono, utile solo per altri; ma mi sbaglio, è importante. Tengo la coscienza di questo nome come qualcosa di nascosto, un tesoro che tornerò a scavare un giorno. È un nome sepolto, circondato di mistero come un amuleto, un amuleto sopravvissuto a un passato incredibilmente distante. La notte sto sdraiata sul letto, con gli occhi chiusi, e il mio nome è lì, sospeso dietro gli occhi, non del tutto a portata di mano, che brilla nel buio.

p. 114

Il racconto è un lento incubo che peggiora pagina dopo pagina e la narrazione in prima persona contribuisce a rendere questo incubo tangibile, vicino a noi. La scrittura indaga l’animo di Difred, lo fa emergere e ci sbatte in faccia tutto l’orrore della vita di una donna a cui è stata negata qualsiasi libertà, qualcosa che in certi paesi non è un racconto, bensì la realtà quotidiana.

Un libro coinvolgente, che si fa divorare in poco tempo, grazie a una caratterizzazione dei personaggi in grado di rapire il lettore e, contemporaneamente, inorridirlo.

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