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“La vita segreta” di Andrew O’Hagan tra realtà e cyber-realtà

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L’ultimo libro di Andrew O’Hagan, uscito in Italia per Adelphi con il titolo “La vita segreta. Tre storie vere dell’era digitale”, mi è piovuto dal cielo tra le mani. Proprio come le cose migliori della vita.

Un amico giornalista, ricevuto in dono il libro dalla casa editrice e conoscendo la mia passione per il mondo digitale, me lo ha gentilmente ceduto e ora eccomi qui a parlarne. Tutto per caso. E il caso, si sa, rende tutto più bello.

“La vita segreta” a cui il titolo fa riferimento è quella online, quella che ognuno di noi si crea e porta avanti attraverso un profilo Facebook, una chat, una semplice mail di lavoro, ma anche la vita segreta di Julian Assange e Craig Wright, il vero/presunto nome di Satoshi Nakamoto, creatore della criptovaluta bitcoin.

Attenzione, non è semplice da capire: io stessa mi sono persa in questo labirinto di molteplici identità, vere e presunte, dietro cui si nascondono loro e ci nascondiamo noi. Quindi andiamo per ordine.

Il libro è diviso in tre parti.

Julian Assange. Qualunque parola preceduta dai prefissi crypto- e cyber- non può non fare parte dell’ecosfera di concetti di cui la persona di Julian Assange si è fatta portatore: cybersecurity, cyberjournalism, cryptocurrency, cryptography. L’era digitale trova nella sua figura una delle sue massime rappresentazioni, soprattutto per quanto riguarda le tematiche della libertà di espressione, della sicurezza dei dati, della verità a tutti i costi – anche a costo della sicurezza dei governi, ma questo è un altro discorso. Nel capitolo dedicato ad Assange, di cui non spoilererò nulla per non togliervi il piacere della lettura, il concetto è semplice: la vita segreta di Assange lo invade e pervade, contribuendo ad aumentare a dismisura l’ego già notevole del creatore di Wikileaks e portandolo a un graduale distacco dalla realtà, quella fisica. Quella online, invece, è più lucida che mai.

Julian era ormai un messaggio in codice, una persona il cui senso lui stesso comprendeva a stento, pur essendo costretto a conviverci. (p.90)

Ronnie Pinn. Ronnie Pinn non esiste. O meglio, non ha un corpo come me e te, che leggi questo articolo con i tuoi occhi. In questa parte del libro – senz’altro la più interessante – Andrew O’Hagan indossa i panni a lui consoni del giornalista investigativo e crea ex novo l’identità online di una persona: già in possesso del certificato di nascita (il perché ne sia in possesso ve lo lascio scoprire) gli crea un profilo Facebook, gli assegna una mail, gli intesta l’affitto di un appartamento e delle relative bollette. Da quel momento Ronnie Pinn, agli occhi della legge e del fisco inglese, inizia a esistere: ottiene un insurance number ed è a tutti gli effetti un cittadino che produce reddito e che quindi può pagare le tasse. Pur non avendo un corpo, una coscienza, una volontà. Pur non esistendo nella vita reale, Ronnie Pinn esiste online, anche per la legge. Al contempo, ciò che è più reale in questa storia è quello che nella nostra realtà fisica non ha corpo, come un indirizzo mail. Ronnie Pinn non esiste ma la sua mail sì.

Inventai un indirizzo email reale per il mio Ronnie virtuale. (p.102)

Lascio a voi tutte le riflessioni del caso.

Craig Wright. Ricordo bene quando circa un anno e mezzo fa i giornali riportavano la notizia dell’identità svelata di Satoshi Nakamoto. Attraverso l’utilizzo di una chiave di crittografia che solo Nakamoto poteva conoscere, Craig Wright ha dimostrato al mondo di essere la persona dietro al rivoluzionario bitcoin. O forse no? Sono seguite smentite e confutazioni di vario genere. O’Hagan non risponde a questa domanda perché lui stesso non è certo di ciò che Wright ha dimostrato. Ancora oggi gli addetti ai lavori dibattono su quale sia la verità. Ciò che O’Hagan rivela è che alla fine Craig Wright non è altro che una vittima di ciò che è stato e di ciò che avrebbe voluto essere in qualità di creatore del bitcoin: una persona che ha gestito e curato per anni un’identità online (quella di Nakamoto o un’altra) può diventarne infatti vittima e di conseguenza essere carnefice di se stesso. Il passaggio dall’identità virtuale a quella reale può generare paure. Se è vero che Craig Wright è stato Satoshi Nakamoto, allora il semplice cambio di nome a livello psicologico può aver pregiudicato ogni dimostrazione di identità (Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? diceva Giulietta nella celebre tragedia shakespeariana). Wright arriva a boicottare la sua stessa rivelazione per difendere qualla vita segreta che si era creato.

Una volta gli avevo chiesto se si sentisse felice nascosto nella rete, e lui aveva risposto di sì, che era casa sua. (p.191)

La verità, come sempre con uomini come lui, era forse molto più amara: Craig era un ammasso di paranoie radicate nelle fondamenta stesse della sua vita. La sua esistenza online lo aveva svuotato completamente, e lui non era più certo di avere un’identità. (p.211)

In conclusione, questo libro ha il pregio di spalancare in noi una miriade di interrogativi.

Il nostro profilo Facebook rispecchia la nostra realtà o ne crea un’altra, una realtà scenica di cui i nostri amici sono spettatori? A quale realtà crediamo, quella che ci circonda o quella filtrata dalla rete (vedi il concetto di “postverità”)? La nostra identità online quanto incide sul nostro io fisico e sui nostri comportamenti?

A mio avviso, per portata di valore, sono degli interrogativi che devono essere ormai aggiunti ai soliti e ormai banali “chi siamo”, “dove andiamo” e “da dove veniamo”.

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